Intervento Don Vittorio Nozza, Direttore Caritas Italiana alla Tavola Rotonda della FICT -14/12/2011
Crisi e nuove povertà non sempre i poveri li avrete con voi
Premessa
“Nella società dei consumi e della modernità liquida, lo sciame tende a sostituire il gruppo con i suoi leader”. E gli sciami “si radunano e si disperdono a seconda dell’occasione”. Questa istantanea del sociologo Bauman coglie, per quel che può, lo stato delle cose nelle nostre odierne società. O almeno ne rende l’idea.
Gli fa eco sullo stesso terreno Giuseppe De Rita quando parla di una “società a coriandoli”, nel senso di società frammentata e disgregata, priva comunque di un plausibile e stabile centro di gravità, o almeno di un numero limitato di poli di condensazione di valori, di interessi, di aspirazioni, se non proprio di speranze.
Se questi sono i sintomi come si fa ad andare oltre il loro inventario per formulare, seppur con fatica, una diagnosi, una prognosi, una cura della situazione?
1.La Carta Costituzionale
La nostra Carta Costituzionale descrive una società concepita come un organismo in cui tutti i rapporti sono orientati al bene comune. Una Carta Costituzionale che può esser letta anche come un progetto, una traccia di lavoro per conseguire questo obiettivo, che è tale solo se “è di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti” (“Sollicitudo Rei Socialis” n. 38).
La Costituzione si è preoccupata, tra l’altro, di ricordare che «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta un‘attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società» (art. 4). L’affermazione costituisce un atto di fiducia nell’uomo e in ogni uomo. Equivale a dire che nessun contributo può andar perduto, giacché ogni cittadino – ricco o povero – è una risorsa ed ha qualcosa da offrire al bene comune.
Basterebbe già questo richiamo a giustificare l’esigenza di un piano, di presa in considerazione seria della questione sociale, capace di preoccuparsi non soltanto di dare adeguate risposte alle legittime attese di sviluppo personale di ogni uomo e ai suoi bisogni primari, ma anche di favorire una sua inclusione civile e sociale a vantaggio di tutti. E ciò perché la dimenticanza, l’esclusione e l’emarginazione di un solo cittadino rende più ingiusta e più povera l’intera società.
2.Le mappe delle debolezze e sofferenze del nostro tempo
La crisi economica e finanziaria in Italia si è abbattuta in ritardo, con una forza non prevista, in gran parte sottovalutata. Gli effetti di tale crisi saranno invece duraturi e impegnativi. Accenno ad una breve mappa sulle principali debolezze e sofferenze che ci dovremo preparare ad accompagnare nei prossimi cinque-dieci anni. Non si parla di settimane o di mesi, ma di qualcosa che è storicamente rilevante, a cui noi stessi ci approcciamo con tutta una serie di debolezze e appesantimenti.
- Tra queste debolezze, appesantimenti e sofferenze c’è la gravissima e urgente questione giovani. La crisi ha chiuso ogni opportunità di ingresso nel lavoro per i giovani, e questo dopo che negli ultimi 20 anni avevamo già fortemente destabilizzato le loro condizioni di lavoro. In realtà, si tratta di un riflesso incondizionato di un modello di sviluppo centrato sui garantiti e sulla spesa pubblica, che fa stare peggio tutti coloro che devono entrare dentro il sistema, cioè i giovani. In tal senso la crisi radicalizza un problema di generazioni. C’è una generazione che in questo momento non ha possibilità. È un problema molto serio. Cosa andiamo a raccontare a questi ragazzi? Hanno titoli di studio, diversi anche elevati e anche aspettative di vita piuttosto lunghe.
Il coinvolgimento dei giovani in situazioni di povertà e disagio sociale è rilevabile in modo allarmante anche nel mondo dei servizi promossi dalle Caritas diocesane. Limitando l’analisi ai soli cittadini italiani, si scopre che:
- il 20% delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto in Italia ha meno di 35 anni;
- in soli quattro anni, dal 2005 al 2010, il numero di giovani assistiti è aumentato del 59,6%;
- desta particolare preoccupazione il fatto che il 76,1% dei giovani che chiedono aiuto ai Centri di ascolto, non studia e non lavora.
Incomincia quindi ad affacciarsi anche nel mondo dei servizi promossi dalle Caritas diocesane la presenza dei cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training), ossia di persone in età attiva, che:
- non ricevono un’istruzione,
- non hanno un impiego
- e non stanno cercando un’occupazione (in Italia, i giovani Neet sono più di due milioni, pari al 22,1% della popolazione di questa età, una quota nettamente superiore alla media europea).
- Ed ecco una seconda debolezza e sofferenza. Abbiamo fatto venire in Italia tanti stranieri, ma sul tema dell’immigrazione c’è stata tanta insipienza. Gli immigrati che sono arrivati in questo Paese sono stati utilizzati per dare una risposta alle nostre esigenze di sviluppo a basso prezzo, e si sono trovati a contribuire, involontariamente, allo sfascio di tutta una serie di regole, anche all’interno del mercato del lavoro.
Sta di fatto che gli immigrati sono qui, sono diversi milioni, ed è una cosa che fa impressione, ma chi volete che paghi di più la crisi se non gli immigrati? Dobbiamo prepararci ad avere a che fare con persone che, nell’aggiustamento sociale che si produrrà, dovranno sopportare il carico maggiore delle situazioni di difficoltà. Potete ben immaginare le conseguenze di tutto questo sul versante dei rapporti degli italiani, sui fenomeni di intolleranza, … È un problema serio e non va considerato come un’emergenza, ma come un dato che ci accompagnerà nei prossimi anni in maniera piuttosto strutturale.
- Terza debolezza e sofferenza: le persone che non raggiungono lo standard. È già accaduto negli ultimi anni, ma la crisi radicalizzerà il problema. Aumentando gli standard e il livello di competizione internazionale del mercato del lavoro, un laureato italiano in ingegneria si dovrà confrontare con i laureati indiani, o di altri Paesi. La globalizzazione porta con sé degli standard da rispettare, e di coloro che non posseggono tali standard non sappiamo che cosa farne. La competizione è una gran bella cosa, il problema però è che se ti rompi una gamba, ti possiamo mettere in panchina per un po’ di tempo ma poi diventi imbarazzante, te ne dovrai vergognare.
Una persona che perde il lavoro a 50 anni, in questo periodo, ha la netta sensazione che non può fare più niente. Ora, di questa persona che ha di fronte a sé un’aspettativa di vita di almeno altri 30 anni, che cosa ne facciamo? È un problema serio. Questo è un grande tema che ci viene consegnato: le persone che non raggiungono lo standard.
Associamo a questa categoria l’enorme questione degli anziani, dei non autosufficienti. Il 50% del bilancio della regione Lombardia è speso per questa questione – per dire la quantità di risorse che anche nel settore pubblico sono dedicate a tale questione, senza che siamo in grado di fare alcuna elaborazione collettiva sulla questione anziana, sulla questione della non-autosufficienza. C’è la sensazione di entrare all’interno di un tunnel molto problematico: non siamo in grado di porre sensatamente la questione e di affrontarne la centrale dimensione antropologica.
- Quarta debolezza e sofferenza: i minori. E associato al tema dei minori quello della famiglia. L’Italia ha pochissimi bambini. Una larga fetta di essi è in condizioni di povertà o difficoltà. Si calcola che il 25% dei minori appartiene al gruppo della povertà relativa e che il 20% delle famiglie che hanno quattro o più figli si trovano in questa stessa categoria. Si fanno pochi figli e i pochi che nascono stanno in una situazione di disagio e di svantaggio. Abbiamo investito delle risorse per proteggere determinate categorie, lasciandone indietro altre.
La questione dei minori è molto seria. Nel nostro Paese, il numero di abbandoni scolastici aumenta e invece le risorse dedicate all’educazione diminuiscono. La nostra società non è dunque capace di pensare a sé stessa e al proprio futuro, mentre appare invece scatenata nel tentativo di prendersi pezzetti di risorse, dovunque siano, per continuare a garantirsi un certo tenore di vita, il proprio godimento.
- Quinta ed ultima debolezza e sofferenza: la questione del territorio, dello spazio. La distanza tra Nord e Sud aumenterà ancora di più rispetto a quanto è avvenuto negli ultimi 15 anni. Abbiamo al riguardo dei dati impressionanti: al Sud il livello di povertà assoluta si aggira intorno al 10%. Nel Sud risiede il 35% della popolazione italiana, ma ben il 65% della popolazione è in situazione di disagio. E tutto questo in una condizione di economia meridionale che non riesce ad entrare nei circuiti positivi della crescita.
Una domanda: dove trovare tutto il pane, dove trovare tutte le risorse per questo diritto al godimento? La risposta è che se impostiamo la domanda così, le risorse sufficienti non le troveremo da nessuna parte. Di fronte a una massa di persone che continuano a chiedere, solo la follia di questo modello di sviluppo, in cui siamo inseriti, può pensare di soddisfare tutti, sempre e comunque. Vanno invece poste alcune domande di senso, del tipo:
-di quale pane, di quale risorse stiamo parlando?
-di quale pane e di quale risorse abbiamo veramente bisogno?
-come dividiamo questo pane, queste risorse?
3.Occorre cambiare gli stili di vita
Se la crisi è stata come un ‘infarto’, dopo il superamento della crisi da infartuato, dobbiamo necessariamente cambiare scelte e stili di vita. Perché la probabilità di avere una recidiva è alta e quando c’è una ricaduta i rischi sono maggiori.
Questo modello di sviluppo, che sta alle nostre spalle, e che si è concentrato sul fare, è diventato incapace di agire. Il fare non è più un ‘fare che elabora’, ma si limita ad essere un ‘fare che consuma’. Facciamo, consumiamo, disfiamo, secondo un impressionante materialismo: la realtà la tocchi perché fai delle esperienze, perché consumi, ma è una realtà priva di senso, che non sei in grado di interpretare, ma che esiste solamente perché tu la tocchi e la consumi.
Ci siamo dimenticati dell’agire, nel senso della radice latina della parola ‘agire’, ‘agere’, che implica una direzione, un senso. Noi facciamo senza ‘agire’, facciamo senza una direzione, ci occupiamo di riempire le nostre giornate, ma è interdetto parlare dei fini che proviamo a perseguire. Sembra interdetto porci tutta una serie di questioni, del tipo a cosa ci serve questo tipo di sviluppo. La risposta diviene scontata: lo sviluppo ci serve per svilupparci, per stare meglio tutti, per favorire il godimento di tutti. È quindi importante stare nella concretezza, non abbandonare la concretezza che ci contraddistingue, ma è altrettanto importante stare in questa concretezza avendo nella testa il senso del tempo che ci sta attraversando, il senso del proprio limite. Stare nella concretezza sapendo che il tema non è solo quello della materialità ma è anche quello di cercare di fare un altro discorso, ad esempio mettendo in discussione il modello di sviluppo, uscendo da tutta una serie di paradossi che sono sotto i nostri occhi.
In questo senso la questione antropologica diventa una questione unica, che riguarda certamente i temi dell’aborto, dell’eutanasia, ma riguarda anche i temi della città, della povertà, della disuguaglianza.
4.Un servizio di educazione al bene comune
Il servizio dell’educare al bene comune. L’educare al bene comune, che è opera di Società e di Chiesa, di “un cuore che vede” (DCE, 31b), impegna a percorrere alcune strade necessarie:
-la strada della scelta preferenziale dei poveri, cioè il ripartire da chi manca, non ha lavoro, soffre, non ha una famiglia, è ferito in tanti modi, … per riordinare la comunità, nel segno della fraternità indicata già dalla comunità apostolica.
-La strada della destinazione universale dei beni, che chiede l’uscita da ogni forma di mercato di alcuni beni essenziali (l’acqua, la terra, l’energia, …) e relazionali (la pace, l’istruzione, l’informazione, la salute, …) per favorire condivisione diffusa.
-La strada della globalizzazione dei diritti, che interpreta in maniera nuova questo incontro di popoli nella mobilità che ormai ogni anno interessa 200 milioni di persone e che in Italia nell’ultimo trentennio ha portato persone di 193 nazionalità diverse, di diverse culture e religioni.
-La strada di una nuova ‘città’, di un nuovo territorio, di una nuova politica. Una città chiamata a favorire incontri, relazioni, confronto, tutela dei diritti; una città aperta, che considera le persone in una logica di prossimità più che di invisibilità. Una città che rende accessibili a tutti i suoi beni. Una città ripensata a partire dal ‘comune’ come luogo di partecipazione e di crescita di cittadinanza.
Il servizio che garantisca la costruzione di un linguaggio comune ricco di costante ascolto, di ampia e puntuale osservazione e di appassionato accompagnamento delle realtà del territorio perché si esprimano sempre più in un’azione di solidarietà e giustizia a dimensione comunitaria e collettiva. Partendo da questo si deve crescere sempre più nella direzione di visibilizzare le progettualità significative e capaci di provocare cammini di liberazione e promozione dei vissuti dei poveri, di far spiovere anche in altri contesti della nostra società per far crescere una cultura della giustizia e della carità che sia ricca di incontro, ascolto, relazione, osservazione e intervento. In una parola di educare e di sviluppare la pedagogia dei fatti.
Conclusione
Lo sguardo dal basso: scrutando l’alba.
Cogliendo con uno sguardo d’insieme la realtà del nostro Paese, dell’Europa e dello scenario internazionale, non possiamo tacere la profonda crisi, che si trascina da tempo e interessa tragicamente aspetti fondamentali della vita di ciascuno e dell’intero pianeta. Consapevoli dei segni di speranza presenti nel nostro tempo, rafforziamo il senso di responsabilità e la volontà di operare per lo sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, per le generazioni future, senza trascurare nessuna delle energie che possono contribuire a farci crescere insieme. La speranza cristiana comporta il dovere di abbattere muri, sciogliere catene, aprire strade nuove, anche mediante la promozione e la tutela dei diritti fondamentali di ogni persona, incluso lo straniero.
Lo sguardo sull’Italia, nell’ottica della promozione del bene comune, impegna ad affrontare con sapienza e coraggio la questione demografica, i problemi e le risorse dell’immigrazione, le sfide della questione giovanile. È parimenti necessario evidenziare la centralità della persona nelle scelte economiche e il senso di responsabilità nei confronti del lavoro, far sì che si dispieghi fattivamente il ruolo sociale della famiglia, contrastare il dilagare dell’illegalità, prendersi a cuore delle future generazioni con una doverosa cura del creato, superare i divari interni al Paese, aiutandolo ad aprirsi agli orizzonti della pace e dello sviluppo mondiale, sfruttando le opportunità positive della globalizzazione e promuovendo un ordine più giusto tra gli Stati.
In questo cantiere aperto il contributo dei credenti, sul piano etico e spirituale, culturale, economico e politico è essenziale per concorrere ad orientare il cammino dell’umanità, poiché:
- Lo ‘sguardo dal basso’ non si programma, ma accade. Non è un evento straordinario, per particolari categorie di persone. Ha a che fare con la vita di tutti i giorni. Mettiamoci dunque a terra, mettiamoci nella polvere delle nostre strade e in quelle del mondo: “avete occhi e non vedete”, continua a dirci l’itinerante maestro di Galilea.
- “Aveva occhi e vedeva”, è l’elogio più bello fatto a Madre Teresa di Calcutta da un acuto osservatore della vita come Pier Paolo Pasolini, che di lei ha scritto “Suor Teresa è una donna dall’occhio dolce, che, dove guarda vede e discerne”. Questo è molto diverso di tanta beneficenza che dà qualcosa “senza vedere” e quindi senza mai incontrare e illuminare veramente il volto e la storia dell’altro.
- Francesco, il poverello di Assisi, abbraccia il lebbroso amaro e ne ha in dono la dolcezza: “quello che prima, alla vista, pareva amaro mi fu convertito in dolcezza dell’anima e del corpo”. Francesco ha la chiara percezione che il lebbroso, l’escluso della polis, è brutto a vedersi, amaro ad abbracciarsi, ma sa che è portatore di una bellezza segreta.
- “Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato … a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti… Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell’alto” (Dietrich Bonhoeffer).
sac. Vittorio Nozza – Direttore Caritas italiana
Fonte: Progettouomo.net