Intervista realizzata dal Ser.t di Langhirano per il progetto “DIPENDIAMO DA NOI”.
Effettuato dai comuni di: Traversetolo, Lesignano de Bagni, Neviano degli Arduini e Langhirano.
Intervista realizzata dal Ser.t di Langhirano per il progetto “DIPENDIAMO DA NOI”.
Effettuato dai comuni di: Traversetolo, Lesignano de Bagni, Neviano degli Arduini e Langhirano.
Febbraio-maggio 2012 Laboratorio Europa. Eventi e formazione sulla costituzione italiana
Adiconsum CISL – Acli Reggio Emilia
in collaborazione con:
Consorzio Romero – Associazione Campo Samarotto – Associazione Servire l’Uomo
La Costituzione ha avuto, dalla sua promulgazione ad oggi, il fondamentale compito di fare gli italiani e di fare l’Italia dopo le lacerazioni e le macerie della Guerra. Naturalmente la Carta è il prodotto (ad opera di una élite illuminata) di quella fase e di quel contesto e – oltre la retorica nostalgica e la strumentale lettura partitica – è urgente l’avvio di un dibattito serio e competente su come la Costituzione si pone nei confronti di questioni centralissime e nuove che interpellano le nostre comunità locali e il nostro Paese all’interno del nuovo conteso europeo e mondiale.
Il punto centrale attiene la questione della sovranità. In che modo le scelte e gli standard (pensiamo solo alle cogenti direttive della Banca centrale europea in materia di politiche economiche e finanziarie dei Paesi membri) imposti dall’Europa modificano di fatto il funzionamento e il ruolo del Governo e del Parlamento? Già oggi molte di queste decisioni orientano pesantemente la vita del nostro Paese ma vengono prese e negoziate al di fuori dei meccanismi istituzionali che la Costituzione del ’48 ha delineato e da soggetti altri rispetto a quelli che la Carta aveva previsto.
Incontropubblicorivoltoallacittadinanza
7febbraio,ore18 – SaladelTricolore
LACOSTITUZIONEVIVA
GrazianoDelrio(SindacodiReggioEmilia),NandoRinaldi(DirettoreIstoreco),
Prof.AndreaMorrone(OrdinariodiDirittoCostituzionale,FacoltàdiGiurisprudenza,UniversitàdiBologna)
Nella Città che ha dato i natali al Tricolore e nel luogo per eccellenza dove la comunità si rappresenta, prende il via un percorso di riflessione, analisi e formazione, rivolto a tutti i cittadini, su come la nostra Costituzione – ancora attuale nel suo impianto generale (che pertanto deve deve essere difeso) – viene interpellata dalle nuove sfide della globalizzazione e della costruzione dell’Europa.
4 lezioni riservate agli iscritti
tenute dal prof. Andrea Morrone dalle 20,30 alle 23
14 febbraio – Casa Aperta Ceis
SOVRANITÀ POLITICA DELLO STATO E GLOBALIZZAZIONE
La globalizzazione dei processi economici ha progressivamente messo in crisi i fondamenti della sovranità degli stati. Garanzia dei diritti e politiche pubbliche dipendono sempre meno da organi eletti dal popolo (art. 1 Cost.) e sempre di più da decisioni di istituzioni tecniche sovranazionali o internazionali, prive di legittimazione democratica. La Repubblica italiana che riconosce la sovranità del popolo ha perso ormai senso? La democrazia rappresentativa, fondata sul principio di maggioranza, sta rapidamente lasciando il posto a forme di governo aristocratico e tecnocratico?
28 febbraio – Casa Aperta Ceis
I NUOVI DIRITTI
La Costituzione italiana apre il catalogo dei diritti enumerati a nuove domande di libertà, che sorgono dal contesto sociale e dai più recenti fenomeni di allargamento della cittadinanza. Le tendenze in atto sono incerte e contraddittorie. Da una lato, nuovi diritti e nuove forme di tutela derivano dal processo di integrazione europea e dalla giurisprudenza dei Tribunali istituiti per presidiare carte internazionali di diritti. Dall’altro, i recenti e consistenti flussi migratori modificano le forme tradizionali di convivenza, trasformando le nostre società, omogenee e integrate, in comunità multiculturali eterogenee, sempre piu divise. Si complicano le domande. La tutela multilivello assicura anche una maggiore libertà? Il multiculturalismo e’ compatibile con lo stato costituzionale?
13 marzo – Centro Simonazzi
LA NUOVA FORMA DI GOVERNO
E’ ormai consueto dire che in Italia siamo passati dalla “prima” alla “seconda Repubblica”, sostanzialmente per indicare il mutamento della forma di governo tracciata nella Costituzione dopo i referendum elettorali del 1991 e del 1993. Si tratta di una lettura fondata? La discontinuità della legge elettorale (dal proporzionale al maggioritario) e dei soggetti politici (dopo Tangentopoli), è avvenuta nella continuità delle regole istituzionali e della classe dirigente nazionale. La forma di governo si e’ trasformata soprattutto in via di fatto, talora oltre talora contro la Costituzione. Siamo ancora dentro il modello parlamentare voluto dai Costituenti? E necessario cambiare Costituzione? Come superare il paradosso delle riforme annunciate e non realizzate?
27 marzo – Centro Simonazzi
QUALE REGIONALISMO
Nonostante la riforma costituzionale del 2001 e le leggi sul federalismo fiscale, la Repubblica delle autonomie è in profonda crisi. La difficile e lenta attuazione delle regioni, il conflitto mai risolto tra municipalismo e regionalismo, le ambiguità e l’incompiutezza delle riforme dell’ultimo decennio, la lotta tra regionalisti e federalisti, la vecchia questione meridionale e la nuova questione settentrionale, i vincoli europei e la crisi economica, sono solo alcuni dei problemi che gravano come pesanti ipoteche sul futuro delle autonomie territoriali. Come affrontarli, per realizzare il programma costituzionale per una Repubblica una e indivisibile, che riconosce i principi di autonomia e decentramento?
Incontro pubblico rivolto alla cittadinanza
maggio (data e ora da definire) – Cinema Olimpia
IN PRINCIPIO ERA LA COSTITUZIONE
conversazione tra l’On. Pierluigi Castagnetti e l’On. Luciano Violante – modera Nicola Fangareggi
Due autorevoli testimoni, riporatano l’attenzione sui principi fondamentali della Costituzione italiana come chiave di lettura per rileggere la loro personale esperienza politica e l’evoluzione democratica dell’Italia dal dopoguerra a oggi. La conversazione verrà introdotta dalla proiezione del video “1-12. I principi della Costituzione”.
Note organizzative
La partecipazione alla prima e all’ultima iniziativa pubblica (in Sala Tricolore e al Cinema Olimpia) è libera, gratuita e non prevede iscrizione.
La partecipazione alle quattro lezioni è gratuita ma occorre iscriversi entro l’8 febbraio inviando una mail all’indirizzo camposamarotto@gmail.com.
Sono disponibili 60 posti e si richiede l’impegno a partecipare a tutte lezioni.
(È possibile partecipare sia ai due incontri pubblici sia alle quattro lezioni)
Per informazioni
Telefonare allo 0522 516696 o inviare una mail all’indirizzo gloria@studiosalsi.it
E’ molto preoccupante in questo particolare momento storico avvertire con chiarezza la scarsa attenzione che il mondo politico presta agli aspetti sociali. E’ ben vero che la contingenza economica, che sta affliggendo il nostro Paese, richiede una cura meticolosa dei conti pubblici che consenta di rilanciare la nostra immagine anche al di fuori dei nostri confini; ma è anche vero che questa Italia tanto vituperata, anche in modo pretestuoso in ragione di fatti di cronaca più o meno imbarazzanti, non aveva mai tralasciato così platealmente di occuparsi dei problemi sociali.
Parlo come uomo, come sacerdote e come Presidente di una realtà federativa che raccoglie 50 comunità di recupero per tossicodipendenti le quali assistono impotenti ad un grave calo di interesse per le problematiche di tanti giovani che ancora hanno bisogno di essere accolti ed educati a prendersi cura di sé.
E’ questa la prerogativa delle Comunità Terapeutiche che, ogni giorno, si occupano di aiutare e sostenere giovani lasciati a sé stessi offrendo loro una cura ed un attenzione che altrove non possono trovare. Comunità che quotidianamente vedono spegnersi sempre di più l’interesse dello Stato nei confronti di un approccio educativo fondamentale proprio per la crescita del nostro Paese.
L’uomo, che viene posto al centro dell’attenzione, come individuo potenzialmente capace di produrre per sé e per gli altri, oggi sembra dimenticato; e di conseguenza vengono dimenticate tutte quelle realtà sociali che da sempre hanno garantito questa finalità
Sappiamo bene che a questi giovani non basta offrire le “cure minime sanitarie”, ma essi hanno bisogno di un’ attenzione ed uno stimolo educativo che, inequivocabilmente, solo le Comunità residenziali possono dare.
La risposta che sentiamo ripetere incessantemente é “ma non ci sono soldi” come se la vita e la salute di un giovane ,che potrebbe diventare un elemento per lo sviluppo della società – perché no anche sotto il profilo economico – avesse un prezzo e rappresentasse un costo. Ci dimentichiamo che costituisce forse un investimento? Stiamo forse perdendo di vista i valori di cui la società non può fare a meno? La società potrà ridurre i consumi, gli svaghi, ma non può tralasciare la crescita dell’individuo e lasciare le Comunità, investite di questo compito, sole e prive di risorse. Le Comunità stesse sono una risorsa ed il nostro Stato, pur tra le mille difficoltà, non lo aveva mai dimenticato. Ora sembra di sì!
Il Ministro della Giustizia, in questa fase delicata, sta affrontando il tema del sovraffollamento carcerario legittimando misure alternative più ampie e sembra non tenere conto che un’ingente fetta della popolazione carceraria è composta da tossicodipendenti che avrebbero bisogno di un percorso di recupero più che di una punizione esemplare. I giudici esigono per questi soggetti solo percorsi educativi residenziali ma la risposta è sempre la stessa “non ci sono i soldi”.
Ed allora chiediamoci quale costo abbia la vita umana ed in quali condizioni debba essere condotta. Quale investimento sicuro ed a lungo termine rappresenti dare attenzione all’essere umano ed ai suoi bisogni affinché non torni a rovinare la propria vita, commettere nuovi reati e a rappresentare davvero un costo eccessivo per la società che non riesce a farvi fronte.
Non svendiamo i diritti de “ l’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (Art. 2 Cost.), affinché sia portatore di idee, di sviluppo, di crescita e non dimentichiamo le Comunità Terapeutiche che a questo fine hanno proteso ogni sforzo, aiutando migliaia di ragazzi a passare dalla condizione di “essere” a quella di “vivere”.
Per questo fine “soldi” non possono non essere trovati.
Crisi e nuove povertà non sempre i poveri li avrete con voi
Premessa
“Nella società dei consumi e della modernità liquida, lo sciame tende a sostituire il gruppo con i suoi leader”. E gli sciami “si radunano e si disperdono a seconda dell’occasione”. Questa istantanea del sociologo Bauman coglie, per quel che può, lo stato delle cose nelle nostre odierne società. O almeno ne rende l’idea.
Gli fa eco sullo stesso terreno Giuseppe De Rita quando parla di una “società a coriandoli”, nel senso di società frammentata e disgregata, priva comunque di un plausibile e stabile centro di gravità, o almeno di un numero limitato di poli di condensazione di valori, di interessi, di aspirazioni, se non proprio di speranze.
Se questi sono i sintomi come si fa ad andare oltre il loro inventario per formulare, seppur con fatica, una diagnosi, una prognosi, una cura della situazione?
1.La Carta Costituzionale
La nostra Carta Costituzionale descrive una società concepita come un organismo in cui tutti i rapporti sono orientati al bene comune. Una Carta Costituzionale che può esser letta anche come un progetto, una traccia di lavoro per conseguire questo obiettivo, che è tale solo se “è di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti” (“Sollicitudo Rei Socialis” n. 38).
La Costituzione si è preoccupata, tra l’altro, di ricordare che «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta un‘attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società» (art. 4). L’affermazione costituisce un atto di fiducia nell’uomo e in ogni uomo. Equivale a dire che nessun contributo può andar perduto, giacché ogni cittadino – ricco o povero – è una risorsa ed ha qualcosa da offrire al bene comune.
Basterebbe già questo richiamo a giustificare l’esigenza di un piano, di presa in considerazione seria della questione sociale, capace di preoccuparsi non soltanto di dare adeguate risposte alle legittime attese di sviluppo personale di ogni uomo e ai suoi bisogni primari, ma anche di favorire una sua inclusione civile e sociale a vantaggio di tutti. E ciò perché la dimenticanza, l’esclusione e l’emarginazione di un solo cittadino rende più ingiusta e più povera l’intera società.
2.Le mappe delle debolezze e sofferenze del nostro tempo
La crisi economica e finanziaria in Italia si è abbattuta in ritardo, con una forza non prevista, in gran parte sottovalutata. Gli effetti di tale crisi saranno invece duraturi e impegnativi. Accenno ad una breve mappa sulle principali debolezze e sofferenze che ci dovremo preparare ad accompagnare nei prossimi cinque-dieci anni. Non si parla di settimane o di mesi, ma di qualcosa che è storicamente rilevante, a cui noi stessi ci approcciamo con tutta una serie di debolezze e appesantimenti.
- Tra queste debolezze, appesantimenti e sofferenze c’è la gravissima e urgente questione giovani. La crisi ha chiuso ogni opportunità di ingresso nel lavoro per i giovani, e questo dopo che negli ultimi 20 anni avevamo già fortemente destabilizzato le loro condizioni di lavoro. In realtà, si tratta di un riflesso incondizionato di un modello di sviluppo centrato sui garantiti e sulla spesa pubblica, che fa stare peggio tutti coloro che devono entrare dentro il sistema, cioè i giovani. In tal senso la crisi radicalizza un problema di generazioni. C’è una generazione che in questo momento non ha possibilità. È un problema molto serio. Cosa andiamo a raccontare a questi ragazzi? Hanno titoli di studio, diversi anche elevati e anche aspettative di vita piuttosto lunghe.
Il coinvolgimento dei giovani in situazioni di povertà e disagio sociale è rilevabile in modo allarmante anche nel mondo dei servizi promossi dalle Caritas diocesane. Limitando l’analisi ai soli cittadini italiani, si scopre che:
- il 20% delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto in Italia ha meno di 35 anni;
- in soli quattro anni, dal 2005 al 2010, il numero di giovani assistiti è aumentato del 59,6%;
- desta particolare preoccupazione il fatto che il 76,1% dei giovani che chiedono aiuto ai Centri di ascolto, non studia e non lavora.
Incomincia quindi ad affacciarsi anche nel mondo dei servizi promossi dalle Caritas diocesane la presenza dei cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training), ossia di persone in età attiva, che:
- non ricevono un’istruzione,
- non hanno un impiego
- e non stanno cercando un’occupazione (in Italia, i giovani Neet sono più di due milioni, pari al 22,1% della popolazione di questa età, una quota nettamente superiore alla media europea).
- Ed ecco una seconda debolezza e sofferenza. Abbiamo fatto venire in Italia tanti stranieri, ma sul tema dell’immigrazione c’è stata tanta insipienza. Gli immigrati che sono arrivati in questo Paese sono stati utilizzati per dare una risposta alle nostre esigenze di sviluppo a basso prezzo, e si sono trovati a contribuire, involontariamente, allo sfascio di tutta una serie di regole, anche all’interno del mercato del lavoro.
Sta di fatto che gli immigrati sono qui, sono diversi milioni, ed è una cosa che fa impressione, ma chi volete che paghi di più la crisi se non gli immigrati? Dobbiamo prepararci ad avere a che fare con persone che, nell’aggiustamento sociale che si produrrà, dovranno sopportare il carico maggiore delle situazioni di difficoltà. Potete ben immaginare le conseguenze di tutto questo sul versante dei rapporti degli italiani, sui fenomeni di intolleranza, … È un problema serio e non va considerato come un’emergenza, ma come un dato che ci accompagnerà nei prossimi anni in maniera piuttosto strutturale.
- Terza debolezza e sofferenza: le persone che non raggiungono lo standard. È già accaduto negli ultimi anni, ma la crisi radicalizzerà il problema. Aumentando gli standard e il livello di competizione internazionale del mercato del lavoro, un laureato italiano in ingegneria si dovrà confrontare con i laureati indiani, o di altri Paesi. La globalizzazione porta con sé degli standard da rispettare, e di coloro che non posseggono tali standard non sappiamo che cosa farne. La competizione è una gran bella cosa, il problema però è che se ti rompi una gamba, ti possiamo mettere in panchina per un po’ di tempo ma poi diventi imbarazzante, te ne dovrai vergognare.
Una persona che perde il lavoro a 50 anni, in questo periodo, ha la netta sensazione che non può fare più niente. Ora, di questa persona che ha di fronte a sé un’aspettativa di vita di almeno altri 30 anni, che cosa ne facciamo? È un problema serio. Questo è un grande tema che ci viene consegnato: le persone che non raggiungono lo standard.
Associamo a questa categoria l’enorme questione degli anziani, dei non autosufficienti. Il 50% del bilancio della regione Lombardia è speso per questa questione – per dire la quantità di risorse che anche nel settore pubblico sono dedicate a tale questione, senza che siamo in grado di fare alcuna elaborazione collettiva sulla questione anziana, sulla questione della non-autosufficienza. C’è la sensazione di entrare all’interno di un tunnel molto problematico: non siamo in grado di porre sensatamente la questione e di affrontarne la centrale dimensione antropologica.
- Quarta debolezza e sofferenza: i minori. E associato al tema dei minori quello della famiglia. L’Italia ha pochissimi bambini. Una larga fetta di essi è in condizioni di povertà o difficoltà. Si calcola che il 25% dei minori appartiene al gruppo della povertà relativa e che il 20% delle famiglie che hanno quattro o più figli si trovano in questa stessa categoria. Si fanno pochi figli e i pochi che nascono stanno in una situazione di disagio e di svantaggio. Abbiamo investito delle risorse per proteggere determinate categorie, lasciandone indietro altre.
La questione dei minori è molto seria. Nel nostro Paese, il numero di abbandoni scolastici aumenta e invece le risorse dedicate all’educazione diminuiscono. La nostra società non è dunque capace di pensare a sé stessa e al proprio futuro, mentre appare invece scatenata nel tentativo di prendersi pezzetti di risorse, dovunque siano, per continuare a garantirsi un certo tenore di vita, il proprio godimento.
- Quinta ed ultima debolezza e sofferenza: la questione del territorio, dello spazio. La distanza tra Nord e Sud aumenterà ancora di più rispetto a quanto è avvenuto negli ultimi 15 anni. Abbiamo al riguardo dei dati impressionanti: al Sud il livello di povertà assoluta si aggira intorno al 10%. Nel Sud risiede il 35% della popolazione italiana, ma ben il 65% della popolazione è in situazione di disagio. E tutto questo in una condizione di economia meridionale che non riesce ad entrare nei circuiti positivi della crescita.
Una domanda: dove trovare tutto il pane, dove trovare tutte le risorse per questo diritto al godimento? La risposta è che se impostiamo la domanda così, le risorse sufficienti non le troveremo da nessuna parte. Di fronte a una massa di persone che continuano a chiedere, solo la follia di questo modello di sviluppo, in cui siamo inseriti, può pensare di soddisfare tutti, sempre e comunque. Vanno invece poste alcune domande di senso, del tipo:
-di quale pane, di quale risorse stiamo parlando?
-di quale pane e di quale risorse abbiamo veramente bisogno?
-come dividiamo questo pane, queste risorse?
3.Occorre cambiare gli stili di vita
Se la crisi è stata come un ‘infarto’, dopo il superamento della crisi da infartuato, dobbiamo necessariamente cambiare scelte e stili di vita. Perché la probabilità di avere una recidiva è alta e quando c’è una ricaduta i rischi sono maggiori.
Questo modello di sviluppo, che sta alle nostre spalle, e che si è concentrato sul fare, è diventato incapace di agire. Il fare non è più un ‘fare che elabora’, ma si limita ad essere un ‘fare che consuma’. Facciamo, consumiamo, disfiamo, secondo un impressionante materialismo: la realtà la tocchi perché fai delle esperienze, perché consumi, ma è una realtà priva di senso, che non sei in grado di interpretare, ma che esiste solamente perché tu la tocchi e la consumi.
Ci siamo dimenticati dell’agire, nel senso della radice latina della parola ‘agire’, ‘agere’, che implica una direzione, un senso. Noi facciamo senza ‘agire’, facciamo senza una direzione, ci occupiamo di riempire le nostre giornate, ma è interdetto parlare dei fini che proviamo a perseguire. Sembra interdetto porci tutta una serie di questioni, del tipo a cosa ci serve questo tipo di sviluppo. La risposta diviene scontata: lo sviluppo ci serve per svilupparci, per stare meglio tutti, per favorire il godimento di tutti. È quindi importante stare nella concretezza, non abbandonare la concretezza che ci contraddistingue, ma è altrettanto importante stare in questa concretezza avendo nella testa il senso del tempo che ci sta attraversando, il senso del proprio limite. Stare nella concretezza sapendo che il tema non è solo quello della materialità ma è anche quello di cercare di fare un altro discorso, ad esempio mettendo in discussione il modello di sviluppo, uscendo da tutta una serie di paradossi che sono sotto i nostri occhi.
In questo senso la questione antropologica diventa una questione unica, che riguarda certamente i temi dell’aborto, dell’eutanasia, ma riguarda anche i temi della città, della povertà, della disuguaglianza.
4.Un servizio di educazione al bene comune
Il servizio dell’educare al bene comune. L’educare al bene comune, che è opera di Società e di Chiesa, di “un cuore che vede” (DCE, 31b), impegna a percorrere alcune strade necessarie:
-la strada della scelta preferenziale dei poveri, cioè il ripartire da chi manca, non ha lavoro, soffre, non ha una famiglia, è ferito in tanti modi, … per riordinare la comunità, nel segno della fraternità indicata già dalla comunità apostolica.
-La strada della destinazione universale dei beni, che chiede l’uscita da ogni forma di mercato di alcuni beni essenziali (l’acqua, la terra, l’energia, …) e relazionali (la pace, l’istruzione, l’informazione, la salute, …) per favorire condivisione diffusa.
-La strada della globalizzazione dei diritti, che interpreta in maniera nuova questo incontro di popoli nella mobilità che ormai ogni anno interessa 200 milioni di persone e che in Italia nell’ultimo trentennio ha portato persone di 193 nazionalità diverse, di diverse culture e religioni.
-La strada di una nuova ‘città’, di un nuovo territorio, di una nuova politica. Una città chiamata a favorire incontri, relazioni, confronto, tutela dei diritti; una città aperta, che considera le persone in una logica di prossimità più che di invisibilità. Una città che rende accessibili a tutti i suoi beni. Una città ripensata a partire dal ‘comune’ come luogo di partecipazione e di crescita di cittadinanza.
Il servizio che garantisca la costruzione di un linguaggio comune ricco di costante ascolto, di ampia e puntuale osservazione e di appassionato accompagnamento delle realtà del territorio perché si esprimano sempre più in un’azione di solidarietà e giustizia a dimensione comunitaria e collettiva. Partendo da questo si deve crescere sempre più nella direzione di visibilizzare le progettualità significative e capaci di provocare cammini di liberazione e promozione dei vissuti dei poveri, di far spiovere anche in altri contesti della nostra società per far crescere una cultura della giustizia e della carità che sia ricca di incontro, ascolto, relazione, osservazione e intervento. In una parola di educare e di sviluppare la pedagogia dei fatti.
Conclusione
Lo sguardo dal basso: scrutando l’alba.
Cogliendo con uno sguardo d’insieme la realtà del nostro Paese, dell’Europa e dello scenario internazionale, non possiamo tacere la profonda crisi, che si trascina da tempo e interessa tragicamente aspetti fondamentali della vita di ciascuno e dell’intero pianeta. Consapevoli dei segni di speranza presenti nel nostro tempo, rafforziamo il senso di responsabilità e la volontà di operare per lo sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, per le generazioni future, senza trascurare nessuna delle energie che possono contribuire a farci crescere insieme. La speranza cristiana comporta il dovere di abbattere muri, sciogliere catene, aprire strade nuove, anche mediante la promozione e la tutela dei diritti fondamentali di ogni persona, incluso lo straniero.
Lo sguardo sull’Italia, nell’ottica della promozione del bene comune, impegna ad affrontare con sapienza e coraggio la questione demografica, i problemi e le risorse dell’immigrazione, le sfide della questione giovanile. È parimenti necessario evidenziare la centralità della persona nelle scelte economiche e il senso di responsabilità nei confronti del lavoro, far sì che si dispieghi fattivamente il ruolo sociale della famiglia, contrastare il dilagare dell’illegalità, prendersi a cuore delle future generazioni con una doverosa cura del creato, superare i divari interni al Paese, aiutandolo ad aprirsi agli orizzonti della pace e dello sviluppo mondiale, sfruttando le opportunità positive della globalizzazione e promuovendo un ordine più giusto tra gli Stati.
In questo cantiere aperto il contributo dei credenti, sul piano etico e spirituale, culturale, economico e politico è essenziale per concorrere ad orientare il cammino dell’umanità, poiché:
- Lo ‘sguardo dal basso’ non si programma, ma accade. Non è un evento straordinario, per particolari categorie di persone. Ha a che fare con la vita di tutti i giorni. Mettiamoci dunque a terra, mettiamoci nella polvere delle nostre strade e in quelle del mondo: “avete occhi e non vedete”, continua a dirci l’itinerante maestro di Galilea.
- “Aveva occhi e vedeva”, è l’elogio più bello fatto a Madre Teresa di Calcutta da un acuto osservatore della vita come Pier Paolo Pasolini, che di lei ha scritto “Suor Teresa è una donna dall’occhio dolce, che, dove guarda vede e discerne”. Questo è molto diverso di tanta beneficenza che dà qualcosa “senza vedere” e quindi senza mai incontrare e illuminare veramente il volto e la storia dell’altro.
- Francesco, il poverello di Assisi, abbraccia il lebbroso amaro e ne ha in dono la dolcezza: “quello che prima, alla vista, pareva amaro mi fu convertito in dolcezza dell’anima e del corpo”. Francesco ha la chiara percezione che il lebbroso, l’escluso della polis, è brutto a vedersi, amaro ad abbracciarsi, ma sa che è portatore di una bellezza segreta.
- “Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato … a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti… Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell’alto” (Dietrich Bonhoeffer).
Fonte: Progettouomo.net
Sabato 3 dicembre, dalle 17 alle 23, alla Fonderia, sede della Fondazione
nazionale della danza, via della Costituzione 38 a Reggio Emilia
OPEN DAY SUL DIRITTO DI CITTADINANZA Gli artisti e le realtà culturali di Reggio Emilia si esibiscono a sostegno della Campagna “L’Italia sono anch’io”.
Performance: Aterballetto, 5T Flexus, MaMiMò, Umma Mic, Giuseppe Caliceti, Mirella Gazzotti, ss9 Teatro, Giacomo Cantelli, Let’s Dance, Eidos, Teatro dell’Orsa, Agora Coaching Project, Lorenza Franzoni, Mondinsieme.
Video: Andrea Camilleri, Paolo Rossi, Reggio Film Festival, Giovani
Musulmani. Proiezione del film 18 Ius Soli di Fred Kuwornu
Intervengono il sindaco Graziano Delrio e i promotori della Campagna.
Coordinamento artistico di Arturo Cannistrà
Raccolta firme alle due proposte di legge della Campagna sui diritti di
cittadinanza (www.litaliasonoanchio.it)
“L’uomo, la società, le dipendenze”
don Giuseppe Dossetti
20 giugno 2011
1. Alessandro Calderoni, nel suo libro Sopra le righe (2005), è stato il primo, a mia conoscenza, ad applicare al mercato delle droghe il modello informatico. Egli contrappone al “modello Scampia” (Scampia è il quartiere di Napoli controllato dalla camorra, centro del grande spaccio), verticale, strutturato in ruoli ben precisi, il “modello Internet”, quello delle “nuove droghe” e dei nuovi stili di consumo, caratterizzato da una grande agilità, dove ogni consumatore diventa anche un “punto rete”, che contribuisce alla sua diffusione e soprattutto alla diffusione di una cultura, di un “ambiente” favorevole a includere nuovi sperimentatori e consumatori.
Tuttavia, l’applicazione dei concetti e dei modelli informatici ai fenomeni umani non è cosa nuova ed è perfettamente legittima, dal momento che è l’uomo il protagonista e il promotore di un sistema di connessioni e di comunicazione, che si deve supporre fatto a sua immagine e somiglianza; esso quindi porterà le impronte della “grandezza e miseria” del suo creatore e protagonista.
In particolare, alzi la mano chi non ha mai usato il termine “rete” per descrivere una comunità o un’impresa sociale. Tuttavia, oggi si sta affacciando un termine nuovo, che include, ma in qualche modo si contrappone e oltrepassa la “rete”. E’ il concetto di “nube”.
Concretamente, mentre era importante conoscere la rete per usarla al meglio, non è necessario conoscere come è fatta la nube, per fruirne: sono possibili, infatti, molteplici e spesso imprevedibili modi per connettersi, con tecnologie elementari, che estendono le possibilità di partecipazione a protagonisti fin qui esclusi o marginali. Di qui, l’imprevedibilità degli effetti e degli sviluppi della nube, a fronte del pregiudizio di programmabilità e di controllo che accompagnava la rete. Nella rete si immaginava che ci fossero dei punti forti, dei centri di controllo; nella nube, la struttura è olistica, non c’è un centro, anzi, ogni punto può essere il centro. Al tempo della rete, si immaginava che il valore stesse nella forza: nella forza del progetto e del controllo, nella forza della tecnologia, nella potenza e nel numero delle connessioni. Al tempo della nube, la debolezza è paradossalmente più efficace, poichè permette molta maggiore agilità, interconnessioni più semplici e immediate.
Non ho nessuna intenzione di cantare il peana della nube: mi rendo conto dei pericoli, legati alla sua natura effimera e alla esposizione a più raffinate manipolazioni. In una società nubiforme ci sarà sempre più l’opportunità di nascondersi, di agire senza farsi riconoscere. Questo può contribuire a un post-individualismo. Non più: “Mi faccio gli affari miei e per piacere non disturbatemi”, ma: “Mi faccio gli affari miei e so che nessuno può disturbarmi”. E’ però interessante e importante leggere questo fenomeno anche per le occasioni che esso presenta, in particolare per il nostro lavoro.
Infatti, l’evoluzione dell’informatica corrisponde (ed è difficile stabilire se si tratti di causa o di effetto o di tutti e due) a un’evoluzione sociale che va nello stesso senso. Il caso Obama è interessantissimo ed esemplare: egli ha vinto le elezioni grazie a una nube di piccoli finanziatori, rifiutando persino i contributi elettorali della “rete” istituzionale; d’altra parte, le sue difficoltà odierne sono legate proprio alla resistenza delle “reti”, che vedono minacciata la stabilità degli assetti di potere; al che, egli reagisce facendo appello a realtà “nubiformi”, come “i giovani dei paesi emergenti” e manifestando fiducia nella capacità di messaggi chiari e connotati eticamente di creare opinione (anche questo, concetto nubiforme o addirittura nebuloso): l’esempio più recente è la presa di posizione sulla questione israelo-palestinese, davvero sorprendente per chi era abituato a privilegiare il compromesso e la negoziazione (strumenti principe per la costruzione di “reti”). La partita è aperta e non si possono fare previsioni su chi prevarrà.
Ma anche nel nostro più ristretto scenario italiano qualcosa si sta muovendo nella stessa direzione. Da molti anni, si è sottolineata l’importanza delle “reti”, in primis quelle televisive, per controllare e orientare l’opinione pubblica: qualcuno mostrava più abilità, spesso spregiudicata, qualcun altro deprecava: ma si era tutti convinti che esse erano strumento indispensabile del potere. Ci sono i sintomi della ribellione dei cittadini a questa impostazione autoritaria, il fastidio per le bugie e la retorica, la rivendicazione della libertà di formarsi un’opinione. Naturalmente, c’è il rischio che a certe parole si cerchi di sostituirne altre, che si continui a rimanere nel sistema della personalizzazione della politica, alla ricerca del leader con l’immagine più aggiornata; che gli slogan coprano l’incapacità di operare delle scelte, che i cittadini continuino, in altri modi, ad essere considerati elettori da sedurre; che il cambio di maggioranza si esaurisca in uno spoil system senza lo sforzo di meritarsi, con i fatti, la fiducia di chi ha votato esprimendo una protesta, ma anche la richiesta di un’etica nuova, anzi, puramente e semplicemente, di un’etica.
Un altro esempio di questa sopravvalutazione delle “reti” è stato il riproporsi, in forme sempre più aggiornate, del dibattito sul rapporto tra pubblico e privato. “Fare rete”, “fare sistema” sono state le parole d’ordine. Programmazione era lo strumento principe, mappa della divisione del potere era l’obiettivo. Oggi, pur restando necessari l’attribuzione di responsabilità e un sistema di controllo, ci si rende conto che il sistema dei servizi sociali deve saper interpretare, e farlo sempre più in modo anticipato, la mutazione dei fenomeni e la loro matrice culturale e spirituale (intendendo per spiritualità l’area motivazionale della persona). Se non viene fatto un investimento continuo su questa riflessione, il prezzo che verrà pagato sarà pesantissimo: sarà l’emarginazione dei servizi. Aggiungiamo che, dal momento che a pensar male si fa peccato ma ci si prende, il sistema dei servizi è stato talvolta usato come strumento di controllo sociale: il sintomo è stato la sollecitazione della delega allo specialista, secondo il principio “per ogni bisogno un servizio, per ogni servizio uno specialista”. Il non aver investito sulle capacità di autoaiuto dei cittadini, l’aver favorito la crescita della delega sociale, ma anche dell’egoismo individualista, ha portato a costi insostenibili. Ma oggi c’è un rischio ancora maggiore: la sfasatura tra i servizi e i bisogni. Nel campo delle dipendenze, il pericolo è evidente. La connotazione sanitaria e assistenziale degli interventi respinge i servizi sempre più nell’angolo delle situazioni “gravi” e “tradizionali”, cioè legate all’eroina, mentre i fenomeni della dipendenza si stanno sviluppando in una direzione nella quale le sostanze psicoattive e la cocaina in particolare dettano gli scenari. Per evitare malintesi, sottolineo che qui non si propone di abbandonare i più bisognosi al loro destino. Qui non si tratta di discutere primariamente di allocazione delle risorse o ristrutturazione del sistema dei servizi: si tratta prima di tutto di trovare il modo di connettersi con la “nube” della dipendenza, cercando anzitutto di interpretarla: il presupposto è che essa non è la nube tossica che inquina aree più o meno vaste del territorio sociale, ma che essa è parte di una cultura in rapido e costante cambiamento. Questo spiega la necessità, che noi cerchiamo di interpretare con l’incontro odierno, che i “mondi vitali” della nostra comunità locale si interroghino insieme: essi sono, nella mia valutazione, quella parte della nube che cerca di riflettere, sull’insieme e su se stessa. Il fatto di condividere la riflessione può determinare interazioni virtuose e anche orientamenti all’azione, che favoriscano una cultura più attenta alle possibilità dell’uomo, alla solidarietà e, di conseguenza, alla democrazia sostanziale.
2. Perchè è così importante riflettere sulla tossicodipendenza?
Ho sempre pensato che la dipendenza dalle droghe non sia una malattia, della quale soffrono alcune persone deboli, mentre gli altri sono sani. Leggendo Pascal e Albert Camus, e sulla base dell’esperienza di questi anni, sono sempre più convinto che, se di malattia si tratta, del suo virus siamo tutti affetti. Esso può aver manifestazioni più o meno gravi, o addirittura può essere reso inoffensivo. Ma guai a considerarsi immuni e, di conseguenza, guai a considerare i “malati” come dei marziani, degli “altri”, da affidare agli specialisti. Essi, al contrario, sono testimoni preziosi di quello che avviene nell’uomo, delle sue debolezze e delle sue possibilità, dei suoi veri bisogni e della profondità delle sue aspirazioni. Faccio spesso un paragone. Perchè vengono costruiti gli attuali enormi acceleratori di particelle, come quello del CERN di Ginevra? Si intendono creare delle condizioni estreme, nelle quali si riconoscono meglio la struttura e le caratteristiche della materia. Questa conoscenza permette di interpretare e di intervenire con maggiore efficacia nei fenomeni più ordinari e quotidiani. Ebbene, la tossicodipendenza e il processo di riabilitazione sono una straordinaria macchina, che rivela la natura dei fenomeni umani, permette di riconoscerli nel quotidiano, dà materia di riflessione preziosissima per chi ha responsabilità educative, sociali, politiche. Dunque, benvenuti al CeRN (Centro Ricerca sulla Natura dell’uomo) di Reggio Emilia!
Vediamo dunque alcuni risultati della nostra ricerca sull’uomo. Premetto che, a differenza dei fisici nucleari, noi non ci poniamo come degli specialisti. Tutti siamo capaci di osservare noi stessi e i nostri simili, e lo facciamo quotidianamente. Il mio vuol essere un contributo a quella nube della quale siamo tutti attori partecipi.
In primo luogo, mi colpisce il carattere pervasivo della dipendenza. Uso consapevolmente questa parola, al posto di quella più tradizionale di “tossicodipendenza” o di quella di “dipendenza patologica”. Ci sono delle dipendenze non da sostanze tossiche, come quelle dal cibo, dal gioco, dalla televisione, le dipendenze sessuali o quelle che riscontriamo in rapporti famigliari disfunzionali. La domanda è: perchè tutto questo? Perchè, pur essendovi la consapevolezza che tutto ciò è dannoso per l’uomo, egli sembra aver così scarsa capacità di resistervi? Ho già detto qualcosa in proposito, nel mio libro Nodi, partendo da una caratteristica della dipendenza, che è il fenomeno dell’eccesso, cioè di un andare sempre oltre, poichè il piacere che la dipendenza offre perde attrattività e quindi richiede un continuo superamento. Mi è sembrato che Pascal fosse molto utile per interpretare questa sorprendente caratteristica delle sciagure umane, questo rifiuto della misura, che la cultura classica (vedi Epicuro) associava al piacere. Ma oggi vorrei richiamare la vostra attenzione su qualcosa d’altro.
Mi chiedo: quali sono i bisogni reali, ai quali i comportamenti dipendenti cercano di corrispondere, secondo modalità che aggravano la carenza? Questi comportamenti sono risposte sbagliate a domande reali; ma quali sono queste domande?
Partirei dal concetto di “viaggio” e dal concetto di “altrove”. Wim Wenders ha detto una volta che oggi non c’è più un “altrove”. Questa frase esprime bene, con un simbolo, ciò che è avvenuto dopo l’Ottantanove. La caduta dei muri (ricordiamo che l’Ottantanove è anche l’anno della nascita di Internet!) ha dato all’uomo la coscienza di essere cittadino del mondo e la percezione di poter andare dove avesse voluto. Questa consapevolezza veniva chiamata libertà. Di fatto, moltissimi ne hanno approfittato, anzitutto intraprendendo un viaggio fisico, un trasferimento geografico. Ricordo quanto mi disse un giovane prete che incontrai a Berlino nel 1992: egli faceva parte di un movimento di resistenza al comunismo e aveva promosso, con i suoi amici, progetti di formazione clandestina e programmi per il dopo-muro. Quando il muro cadde, i suoi concittadini non si rivolsero a chi aveva resistito, e sperato in una rinascita ideale e morale: semplicemente, si trasferirono all’ovest, lasciando i “resistenti” da soli, con quelli che avrebbero voluto trasferirsi, ma non ne avevano avuto la possibilità. Anche le migrazioni sono il tentativo di realizzare, molto concretamente, questo sogno. Allo stesso modo, lo è, per chi può, il viaggio esotico. Ma l’”altrove” non c’è, o almeno non lo si raggiunge spostandosi di qualche centinaio o migliaio di chilometri. In più, l’”altrove” lo si è cominciato a vedere come una minaccia, un Deserto dei Tartari dal quale possono venire minacciose invasioni barbariche. Contemporaneamente, si è cercato un altro “viaggio”, quello dentro se stessi: il viaggio delle emozioni, dei sentimenti, delle esperienze. Anche l’eroina era un “viaggio”, ma quello lo si è temuto, poichè si capiva che portava in un altro mondo, irreale e minaccioso. Meglio esplorare questo mondo, cercando però di mantenere il controllo: il mondo era quello della sfera dei sentimenti e della sfera delle relazioni. Una protesi era utile, ed era a disposizione: il viaggiatore poteva provvedersi di un kit ben assortito, qualcosa per proteggersi, qualcosa per aumentare le proprie capacità, per estendere la sfera delle percezioni, per reggere lo stress. La velocità delle comunicazioni, la possibilità di spostarsi sia fisicamente che in modo virtuale, ha dato anche la percezione di appartenere a una comunità, ha tolto le censure, provenienti dal pensiero di essere diversi o devianti; ha permesso di tacitare la coscienza o le contestazioni di chi rimaneva critico verso certi comportamenti. Si è sviluppata una cultura, con alfabeti specifici e apparentemente meno difficili: per esempio, si è sostituita la prossimità alla comunicazione, la condivisione fisica di spazi o di esperienze alla profondità di un rapporto spirituale. La prossimità è un concetto “liquido”, cangiante, sostituibile in ogni momento; la comunicazione spirituale promette stabilità, ma chiede disciplina e investimento.
Questa analisi non è originale; in più, c’è il rischio che contribuisca al pessimismo, a una certa aristocratica rinuncia, di fronte a dei nostri simili, che sembrano desiderare solo di sollazzarsi in piaceri indegni o più semplicemente di fare i propri comodi, pronti a vendersi all’imbonitore di turno. Ma questo sarebbe un gravissimo errore.
Pascal ci ha insegnato che l’uomo può comportarsi in modo stupido, ma che il motivo di tale comportamento non è mai stupido. Esso è il tentativo di rispondere in modo sbagliato a un bisogno reale. La ricerca del senso, il bisogno di appartenere, la trascendenza come insoddisfazione creativa e esplorazione spirituale: questi sono esigenze nobili e conformi alla natura dell’uomo. Giustamente, Pascal dice che proprio la miseria dell’uomo rivela la sua grandezza.
3. L’erba che cresce.
La percezione della crisi, cominciata nell’Ottantanove, non è soltanto degli osservatori specializzati. Per esempio, molti oggi sono convinti che la libertà, intesa come assoluta disponibilità di se stessi, non soddisfa le esigenze dell’uomo e ha bisogno di integrarsi con altri valori. Questo spiega il rifiuto crescente verso gli imbonitori (e bisogna stare attenti che il rifiuto dell’imbonitore che ha la maggioranza non significa avallo di chi cerca di sedurre con altre parole magiche). Mi pare che ci sia una duplice esigenza.
La prima è quella dell’autenticità. Noi, al CeIS, la chiamiamo nel nostro linguaggio “onestà”, con se stessi e con gli altri. Le parole debbono esprimere qualcosa di reale, debbono esprimere dei contenuti, magari parziali e provvisori, ma che corrispondano a ciò che uno veramente pensa e cerca di fare.
Questo porta a mettere in rilievo la seconda esigenza. C’è il rifiuto per le posizioni “forti”, per le ideologie che pretendono di spiegare tutto. Questo non vuol dire adesione alle teorie sul”pensiero debole”, secondo le quali ciascuno ha diritto alla sua verità, purchè non pretenda di volerla imporre agli altri. La novità, mi sembra, è il desiderio del confronto. E’ importante avere un pensiero forte: certo, non la forza artificiale di un’ideologia chiusa e intollerante, ma la forza di un pensiero verificato dall’esperienza e legittimato dalla coerenza della vita. Ma proprio l’esperienza insegna che, come dice Amleto al suo amico: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ve ne siano nella vostra filosofia”. La consapevolezza del limite e del carattere parziale delle proprie convinzioni stimola a una provvisorietà creativa, alla ricerca di interlocutori, sulla base del reciproco rispetto, con la convinzione che tale confronto può portare all’arricchimento di tutti.
Infatti, il valore che accomuna è quello della ricerca. Uno splendido testo di Agostino d’Ippona, che egli riferisce a Dio, può essere utilizzato anche in riferimento alla conoscenza dell’uomo, dell’uomo che sono io e dell’uomo che è l’altro: “Ut inveniendus quaeratur, absconditus est; ut inventus quaeratur, immensus est”. “Egli è nascosto, perchè, per trovarlo, lo si cerchi; egli è l’immenso, perchè, una volta trovato, lo si cerchi ancora”. Chi ha raggiunto convinzioni “forti” (e qui penso a me stesso e a tutti coloro che possono dire di avere una fede o di aderire a un sistema di valori strutturato) deve riconoscere che è molto di più quello che non conosce di quello che conosce, che la sua conoscenza non può divenire supporto alla presunzione, ma che la ricerca continua e deve alimentarsi al confronto con la ricerca di altri; non solo, ma deve nutrirsi della testimonianza, praticando ciò che si dice; proprio dall’esperienza nasce un’ulteriore conoscenza, anzi, perchè si vivono le cose dall’interno, si sfugge al dogmatismo e si percepisce meglio l’ordine di ciò che è fondamentale e di ciò che è conseguente. Allo stesso modo, chi vive la provvisorietà e il dubbio, riconosce il valore di ogni frammento di verità e bellezza che ha scoperto e viene incoraggiato dal confronto a cercare ancora. Da questa esperienza, nasce il rispetto per l’altro uomo, per colui che è diverso da me, ma che so essere comunque portatore di qualcosa che mi può arricchire. Anche questa è l’esperienza della nube, di quella “nube luminosa” di cui parlano gli antichi testi, che può sembrare un ossimoro, ma che esprime invece un’esperienza: il riconoscere di dover cercare ancora, fa apprezzare ciò che si possiede e spinge a metterlo fiduciosamente in gioco, poichè la ricerca non può portare se non a una luce maggiore.
Dopo tante contrapposizioni urlate, dopo tante etichette che sono state attribuite all’altro per negargli la comune dignità di uomo e giustificare persino la violenza, mi sembra che proprio l’esperienza di chi ha incontrato le povertà dell’uomo, ma anche la sua inesauribile capacità di ricominciare, stia introducendo e rafforzando il pensiero che c’è un’uguaglianza, non ideologica, non imposta dall’esterno, non incompatibile con le diversità e le fragilità, ma consistente nell’uguale dignità di ogni essere umano, secondo la formula di quel testo che noi chiamiamo “la nostra filosofia”: “un uomo, parte di un tutto, ciascuno con il suo contributo da offrire”.
Posso illudermi: ma mi sembra di udire l’erba che cresce, cioè alcuni cambiamenti di atmosfera, certamente non consolidati, esposti alla contraddizione: tuttavia, penso che in molti uomini e donne del nostro tempo incomincino a germogliare convinzioni, che permettono di ricuperare fiducia e di ricostruire un tessuto di relazioni umane, che restituisca dinamismo alle nostre comunità.
Tra questi fili d’erba, metto anche la convinzione, più o meno consapevole, che è ora di superare l’egoismo, la delega e l’assistenzialismo, e di promuovere l’auto-mutuo-aiuto, secondo i due principi: “Io ti aiuto ad aiutarti”e “Se ogni piccolo uomo nel suo piccolo mondo fa una piccola cosa, il mondo cambia”. Sono evidenti le conseguenze di questi principi per la politica: lo stato sociale va ripensato, non soltanto perchè ci sono meno soldi, ma perchè la crisi economica è un’occasione per ricuperare il valore di una responsabilità condivisa, per dire la verità ai cittadini, senza illuderli con la falsa promessa, che il potere è in grado di risolvere tutti i loro problemi, ma convincendoli che solo con il contributo di tutti possiamo dare a ciascuno, e soprattutto alle nuove generazioni, il necessario; che tutti hanno una responsabilità “pubblica”, che cioè debbono pensare in termini di bene comune. Infatti, è ora di superare definitivamente l’idea che ci sia una società “sana”, insidiata da alcuni gruppi “devianti” o “marginali”, che è compito dei servizi ricuperare o rendere inoffensivi. Il limite e la fragilità non sono caratteristiche di alcuni: tutti noi possiamo, nella nostra vita, attraversare situazioni o momenti di fragilità. Pensiamo alla vecchiaia e ai suoi problemi. Ma anche la tossicodipendenza, nonostante tutti gli sforzi di esorcizzarla, non è il rischio di alcune categorie né la responsabilità di alcune persone, ma è un orizzonte entro il quale ormai viviamo tutti. Proprio perché questi problemi sono di tutti o possono esserlo, è importante che la comunità intera se ne faccia carico.
In questa ottica, va ripensato il rapporto tra pubblico e privato, proprio perchè ciascuno ha una responsabilità pubblica, cioè verso il bene comune; e, nello stesso tempo, il pubblico ha la responsabilità di cogliere le sollecitazioni che vengono dall’autoorganizzazione dei cittadini e di riportarle dentro un quadro più organico, sollecitando ciascuno a uscire dalle proprie pur necessarie unilateralità.
Aggiungiamo una considerazione, importante e esemplare. Tra i principali indiziati di essere responsabili del disagio giovanile, c’è la famiglia. E’ quasi un luogo comune pensare e dire che, se un ragazzo si droga, ci debbono essere stati dei problemi nella sua famiglia. Si tratta di una diagnosi profondamente ingiusta, che ha per unico risultato il rinforzo di un senso di colpa che la famiglia già vive. Anche per questo, è così difficile che la famiglia riconosca l’esistenza di un problema e chieda aiuto. Se invece riconosciamo di appartenere a un unico orizzonte e che, aiutando gli altri, aiuto me stesso, diventiamo più accoglienti e aiutiamo la famiglia a riattivare risorse e competenze, che esistono anche nelle situazioni più deprivate e che sono preziose per i percorsi di recupero dei ragazzi e introducono nell’opinione pubblica messaggi positivi e competenti.
Lavorare con le famiglie non è facile. Ma anche questo è un ambito, nel quale noi desideriamo collaborare con altre realtà: noi possiamo portare molte informazioni su ciò che bisogna evitare e su ciò che sarebbe opportuno fare, per prevenire l’aggravarsi del disagio; ma soprattutto possiamo dare la testimonianza di quanto grandi possano essere la forza e la generosità di famiglie che, proprio perché hanno sofferto tanto, sono disponibili a condividere la loro esperienza e ad aiutare chi si trova nella situazione, nella quale esse si trovavano prima.
Un altro ambito, nel quale mi sembra che l’atmosfera stia cambiando, è quello del rapporto con gli stranieri. Qualcuno continua ad agitare, colpevolmente e per interessi di bottega, la paura dell’altro. Di fatto, se prendiamo il fenomeno delle assistenti familiari (le “badanti”), mi sembra che grazie a esso si siano costituiti circuiti virtuosi di conoscenza reciproca, pur con tutti i limiti che non possiamo negare. Anche qui, se usciamo dalla retorica, troviamo un mondo nubiforme, che può essere l’occasione di innovazione, di reciproco arricchimento, di allargamento di orizzonti e di iniziative che migliorino la nostra società.
Non voglio fare un discorso intriso di ottimismo d’occasione. Conosco benissimo i rischi che la situazione attuale porta con sè. E’ una caratteristica della Nube il suo essere continuamente in divenire, rappresentando una sfida che non si esaurisce mai: da questo punto di vista, la Rete era molto più rassicurante. Penso anche che si debba investire su alcune dimensioni di contesto, dalle quali dipende se l’evoluzione della Nube sarà più o meno positiva.
La prima, è la legalità. Su questo punto, non ci possono essere sconti. Non si possono fare compromessi che consolidino poteri occulti, privilegi parassitari, spesso difesi con la violenza. Ma la legalità va interpretata non solo come un limite, ma come qualcosa che aiuta l’uomo e la società nel suo libero espandersi; di conseguenza, le regole vanno continuamente adattate, coinvolgendo i cittadini nella riflessione sul loro senso e sulle loro finalità.
La seconda condizione di contesto è il lavoro. Va fatto ogni sforzo perchè ogni cittadino, vecchio o nuovo, abbia il lavoro. Senza il lavoro, l’uomo perde la dignità e diventa non solo un peso, ma spesso anche un ostacolo al progresso economico e morale di una comunità. Di fatto, con la crisi iniziata nel 2008, è successo che la torta sulla nostra tavola si è ridotta. Ma non si sono proporzionalmente ridotte le fette di tutti. Alcuni hanno conservato e talvolta accresciuto la loro fetta; altri, hanno perduto tutto, anche le briciole. Questo non può essere accettato ed è il tema che sfida tutti, dalla politica ai sindacati, ma anche le famiglie e la destinazione dei loro bilanci: senza una discussione, proprio nelle famiglie, sulla sobrietà e sulla destinazione sociale delle risorse, non si potrà andare molto avanti. Sono stati fatti interventi significativi, sia dal governo locale sia dalla Chiesa e dalle agenzie benefiche; ma siamo ancora lontani dal porre la questione al centro, come responsabilità di tutti. Come si dice, il problema è di chi ce l’ha. Invece, su questo tema del lavoro, è evidente che solo un pensiero e un’azione condivisi da tutta la comunità dei cittadini può avere efficacia. Si dovrebbe riflettere sul fatto che la disoccupazione sottrae risorse a tutti e crea problemi a tutti. Ogni sacrificio fatto da chi è abbiente può darsi che lo aiuti a salvare l’anima, ma certamente rappresenta un investimento, del quale lui stesso godrà i frutti.
Cerco di sviluppare un punto, che ci sta particolarmente a cuore e sul quale siamo desiderosi di collaborare con chiunque condivide la nostra preoccupazione. Si tratta del rapporto tra scuola e mondo del lavoro. Noi incontriamo tanti giovani, tossicodipendenti e non, che si pongono come obiettivo del loro percorso di recupero anche il recupero di competenze, che possano aprir loro prospettive di lavoro. Purtroppo, gli strumenti a disposizione spesso non esistono o sono troppo farraginosi. Più in generale, ci sembra che ci sia una percentuale importante di ragazzi che si trovano male a scuola, ma che sarebbero interessati a percorsi brevi, intensi e finalizzati all’inserimento nel mondo del lavoro. Questo richiederebbe però un collegamento molto più stretto dell’attuale tra mondo della scuola e imprenditori. Assistiamo infatti al paradosso che, si dice, alcuni mestieri sono “scomparsi”, mentre la disoccupazione ha raggiunto e rimane a livelli che, fino a poco tempo fa, erano incredibili a Reggio Emilia.
4. L’evoluzione del Centro di Solidarietà. Tentativo di scoprire una logica.
Ciò che il Centro è adesso, a quasi trent’anni dalla sua nascita, è molto diverso da allora. Tuttavia, come tutti i “mondi vitali”, mi sembra che il CeIS, nella sua evoluzione, abbia seguito il suo DNA, cioè abbia adattato un’intuizione generatrice a un ambiente in evoluzione e a sollecitazioni che non erano prevedibili quando è nato. Giustamente, Fedele Bertani paragona il Centro a un albero.
Questa evoluzione è essa stessa una nube. La sua storia è stata abbastanza casuale, le interazioni tra le varie esperienze sono esse stesse generatrici di sviluppi (o di blocchi); da qualunque parte si entri in contatto col CeIS, si entra in contatto con un clima, con dei valori e probabilmente anche con dei limiti.
Facciamo un po’ di storia.
Gli anni Ottanta sono stati dedicati a impiantare il Centro, con le sue strutture fondamentali, relative al programma di recupero dalla tossicodipendenza. Sotto certi aspetti, si è trattato di un’età dell’oro, con un forte protagonismo del volontariato, sia dei genitori dei ragazzi sia di altre persone. L’apertura più significativa a nuovi orizzonti è stata rappresentata dalla Casa per i malati di AIDS, che ci ha messo di fronte al limite, a qualcosa che non poteva essere riabilitato completamente, alla necessità di un accompagnamento del quale non potevamo dettare i tempi e le modalità.
Negli anni Novanta, soprattutto dopo il referendum del ’93, abbiamo capito che era necessario interagire in modo nuovo con il territorio. L’ipotesi di un mondo “sano”, al quale restituire i ragazzi “ricuperati” dal loro esilio in deserti avvelenati, ha mostrato i suoi limiti: il male era dappertutto. Sono nati così il CPS (Centro di Prevenzione Sociale), la strutturazione dell’area di accompagnamento, un’attenzione maggiore alle famiglie, l’adesione al processo che ha portato, assieme ai SerT e alle altre Comunità reggiane, alla costituzione del sistema provinciale dei servizi, lo sforzo di dare informazioni, di partecipare alla formazione di un’opinione pubblica più attenta alle problematiche della dipendenza.
Alla fine degli anni Novanta e all’inizio del Duemila, il Centro si è aperto alla problematica degli immigrati. Apparentemente, si è trattato di un evento casuale. In realtà, era l’applicazione a nuove emergenze di un’idea che ci aveva guidato nel recupero dei tossicodipendenti: coloro che rappresentano un problema, possono diventare una risorsa, se vengono accolti e accompagnati. L’efficacia di questa idea è stata dimostrata dallo sviluppo straordinario del sistema “San Pellegrino – CeIS” e dell’Ufficio Assistenti Famigliari, che ha permesso di entrare in contatto con una nuova area del bisogno: le famiglie italiane con anziani e ammalati cronici. Ora, molte persone straniere sono inserite a vario titolo nelle attività del Centro e ne stanno assimilando la filosofia. A questo punto, siamo stati riconosciuti come interlocutore affidabile per altre situazioni di disagio: donne in difficoltà e minori stranieri non accompagnati. Nello stesso tempo, l’esperienza del Centro di Formazione CeSRE ci ha permesso di sviluppare percorsi di accompagnamento per persone con gravi svantaggi, cosicchè ai corsi di formazione si è aggiunto lo sviluppo di Casa Flora non solo come casa di convalescenza ma come luogo di appartenenza e di appoggio per situazioni stabilizzate, ma bisognose di una presa in carico meno intensiva ma più prolungata.
E’ di questi mesi un ulteriore sviluppo del settore famiglie, per attività di consulenza anche fuori o a fianco della problematica legata alle droghe, e l’apertura di una comunità per minori, questa volta in uno spazio dedicato e anche con ragazzi italiani. Quest’ultima impresa è interessante anche per il sistema di cui fa parte: l’ASP del Comune di Reggio, che cura il settore minori, cioè OSEA, diviene il nostro referente e il principale inviante.
Questo sviluppo ha allargato lo sguardo del Centro anche in riferimento al nucleo originario della sua attività, la tossicodipendenza. Si è visto che non potevamo rimanere ad aspettare che le persone raggiungessero livelli di disgregazione sociale e personale tali da aver minore resistenza a chiedere aiuto al sistema dei servizi. Abbiamo sviluppato programmi “leggeri”, serali o diurni, per giovanissimi e per consumatori di cocaina. Stiamo immaginando un sistema di accoglienza che, assieme al SerT, renda più veloce la presa in carico di persone molto giovani e con un discreto contesto famigliare e sociale.
Tutto questo, però, ci ha posto di fronte alla necessità di investire in forme nuove di informazione e di interazione con il territorio. Abbiamo sviluppato un sito, Drogaonline.it, che sta conoscendo un grande successo ed è stato condiviso e sostenuto dalla Regione Emilia Romagna.
5. “Casa Aperta”.
Quali sono gli sviluppi che possiamo intravvedere, nel futuro del Centro, e quale può essere, in questo contesto, il ruolo della nuova struttura, la “Casa Aperta” di via Codro?
Personalmente, ne vedo due, che hanno in comune un’intenzione: quella di connettere il Centro sempre più a quella “nube” di contenuti, esperienze, ideali, riflessioni, che si sta formando e che supera frontiere, steccati, pregiudizi, e può sbloccare energie già presenti e attirarne di nuove.
Il primo sviluppo attiene al nuovo soggetto che è apparso nel “mondo CeIS”, ma anche nella società reggiana, la Fondazione “Solidarietà Reggiana”, che ha costruito questo edificio ed è proprietaria degli strumenti di lavoro del Centro di Solidarietà, avendo come scopo statutario quello di favorirne le attività. Ora, la Fondazione è chiamata a favorire anche lo sviluppo di una cultura della solidarietà e del protagonismo sociale dei cittadini, condividendo con la comunità locale quel patrimonio di esperienze e di valori che il CeIS ha accumulato in questi trent’anni. Il primo passo è proprio il convegno, che si terrà alla fine dell’anno e del quale la sessione del 20 giugno rappresenta la preparazione e l’anticipazione. Lo scopo del convegno è di far uscire la dipendenza da quell’angolo nel quale si cerca di relegarla, la dimensione sanitaria; infatti, si deve mettere in evidenza il rapporto tra i comportamenti di dipendenza e certe caratteristiche “spirituali” del mondo nel quale viviamo, nonchè la necessità di implementare la “nube” di rapporti, di valori e di esperienze che può diffondere una cultura dell’autonomia e della responsabilità. Nello stesso tempo, la Fondazione è impegnata a costruire, assieme ai SerT e all’Università, un percorso di riflessione e di ricerca su questi temi, che produca anche strumenti in grado di favorire il confronto e la replicabilità delle esperienze.
Il secondo sviluppo sembra essere molto meno ambizioso e anche prevalentemente funzionale alla struttura che inauguriamo. In realtà, può diventare un laboratorio interessantissimo e uno strumento di grande efficacia per promuovere la “Nube”. Si tratta della creazione di un Centralino e di una portineria, attivi 24 ore al giorno, per sette giorni alla settimana.
La complessità che il Centro ha acquisito in questi trent’anni fa sì che tante persone si rivolgano ad esso con le richieste più varie. E’ quindi necessario che qualcuno sappia rispondere in modo competente, indirizzando nella giusta direzione. Questo è elementare. Ma è nella logica della Nube auspicare che questo flusso di richieste aumenti sempre più, senza che si faccia una cernita a priori tra quelle appropriate e quelle improprie. Il solo fatto che qualcuno si rivolga a un Centro di Solidarietà è un valore. Detto con un’immagine: non ha senso dire a un naufrago, che con tanta fatica è riuscito ad approdare alla spiaggia di un’isoletta: “Guarda che non è l’isola giusta, devi nuotare fino a quella un po’ più in là”. Il naufrago va comunque accompagnato. Inoltre, quello che le persone portano è una preziosa informazione su quello che succede “fuori” e corregge l’irrigidimento istituzionale del Centro. In secondo luogo, l’accoglienza aperta sempre è uno straordinario biglietto di presentazione in un mondo dove nel weekend non si trova un idraulico, gli uffici sono chiusi e un risponditore automatico ti suggerisce di rinviare il tuo problema al lunedì. Con questo strumento, “Casa Aperta” si accrediterebbe definitivamente come un “luogo”, non come una struttura. Una struttura è dedicata a un servizio, un luogo è una realtà dove chiunque può essere accolto.
Diciamo con chiarezza che non abbiamo nessuna intenzione di creare un’altra struttura. Esistono già tanti indirizzi, ai quali le persone possono rivolgersi, per le necessità più varie. In particolare, la riorganizzazione dei “Poli” del Servizio Sociale del Comune di Reggio Emilia ha permesso di sviluppare una modalità di accoglienza a largo spettro. Quello a cui penso, è invece un luogo informale, dove le persone incontrano altre persone come loro, che non hanno competenze specifiche, se non due: anzitutto, la capacità di accogliere e di ascoltare; in secondo luogo, la capacità di orientare verso i servizi più idonei a rispondere al bisogno che viene presentato. E’ per questo, che noi invitiamo a partecipare a questa iniziativa quanti di voi vivono in questa dimensione informale: chi accoglie, deve rappresentare non un servizio, ma la città, la comunità; egli è un cittadino di una comunità solidale, che non delega, che è amica di chi è nel bisogno e che, nello stesso tempo, è competente, nel senso che sa orientare e accompagnare.
Voglio mettere onestamente in evidenza anche l’interesse del Centro di Solidarietà per questa iniziativa. Noi abbiamo bisogno di farci conoscere per quello che siamo, a un’opinione pubblica che ci confina ancora nella categoria di “comunità per tossicodipendenti”. L’evoluzione del Centro, la sua vocazione di movimento, di laboratorio, di luogo d’incontro e di confronto di idee, sono ben lungi dall’essere note. Noi pensiamo che il lavorare con voi possa essere molto importante per restituire al nostro Centro agilità e prossimità al bisogno.
E’ quindi importante che ci conosciamo, che i rapporti tra di noi divengano sempre più fluidi, che la conoscenza si diffonda dai vertici di responsabilità ai livelli più ampi delle nostre organizzazioni. Lo strumento può essere la partecipazione di persone vostre a questa accoglienza continua. Le persone che voi mandereste diventerebbero le connessioni non solo con il CeIS, ma con la Nube di coloro che si rivolgerebbero a questo centralino: essi diventerebbero i mediatori naturali tra di noi e favorirebbero il crescere di una riflessione e il nascere di nuove idee.
Nello stesso tempo, noi pensiamo che potremmo essere utili a voi, proprio per quella vocazione di laboratorio che il Centro possiede. Come dicevo, qui le fragilità e le possibilità dell’uomo, le dinamiche dell’autodistruzione e del riscatto, appaiono con una chiarezza assoluta. Chi si occupa di educazione, chi riflette sulle dinamiche di una società in così rapida evoluzione, chi si interroga su quel mistero che è l’uomo, può trovare qui tanti elementi di riflessione.
Infine, la vostra partecipazione a questo “H24” favorirebbe l’utilizzo da parte nostra delle vostre attività (penso alla necessità di suscitare nei nostri ragazzi interessi e socializzazione), ma anche l’utilizzo da parte vostra di questa struttura e dell’area adiacente. La fantasia non manca né a voi né a noi.
Naturalmente, non penso che tutto questo possa essere realizzato immediatamente. Dovremo costruirlo insieme, anche perché non sappiamo che cosa questa “rete” porterà a riva. Questa volta uso la parola “rete” nel senso marittimo e piscatorio. Mi piace pensare a come pescano ancora da qualche parte del mondo, “a sciabica”: alcune barche stendono la rete a qualche decina di metri da riva, ancorata a dei galleggianti; poi, da riva, i pescatori tirano con forza i canapi, finchè la rete diventa un sacco; poi si vede che cosa c’è dentro. Spero che questa avventura la possiamo correre insieme.
Anch’io sono indignato e penso che l’indignazione debba trovare fiato, urla , parole. Non può restare chiusa segregata nei nostri discorsi da salotto, nei nostri diari personali. L’indignazione per essere fruttuosa deve essere condivisa, si deve trasformare in azione collettiva. Luciano Violante scrive, nel suo ultimo libro, “maledetti i gregari che sono la feccia del mondo. Sono i gregari che partoriscono i dittatori”.
Trovo molto vere queste parole e sento che l’Italia si è trasformata in una repubblica di gregari.
Ma andiamo per tappe: cos’è che mi indigna, cosa voglio condividere di questa mia indignazione?
Mi indigna che, in un’epoca di crisi economica mondiale, la possibilità di uscirne ricada sulle spalle dei giovani, sempre più precari, sempre più instabili, con sempre meno possibilità di intravedere un futuro.
Mi indigna il fatto che qualcuno stia rubando il futuro ai giovani in nome di una sopravvivenza benestante che dà il senso di una cecità devastante.
Mi indigno perché a pagare è lo stato sociale, sempre meno servizi, sempre meno attenzione ai bisogni dei fragili, sempre più pressante la richiesta al volontariato di dare i servizi che uno Stato dovrebbe fornire agli elementi più deboli della sua popolazione.
Mi indigna la volgarità che nasce dallo scarso rispetto dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna.
Mi indigna una politica che usa un gergo da carrettiere facendo passare questo gergo maledetto come battute di spirito e chi non la comprende, chi si scandalizza e chi si indigna è uno sciocco puritano e moralista.
Mi indigna che la parola “morale” sia divenuta un tabù, un’ offesa impronunciabile, un sinonimo di arretratezza e inadeguatezza.
Mi indigna che mentre i tagli economici sulla popolazione priva di potere avvengono immediatamente, i tagli alla spesa politica siano sempre differiti ad una prossima legislatura. È “vita mea mors tua”.
Mi indigna l’evasione fiscale, il peccato dei nostri giorni in cui uomini ricchi rubano due volte, attraverso cui vecchi epuloni privano lo stato della possibilità di dare servizi e riconoscere diritti.
Mi indigna che si dicano cattolici gente che non pratica la regola d’oro che sta alle basi di tutte le religioni “ fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”.
Mi indigna che esportiamo la democrazia attraverso la guerra aumentando le nostre spese militari e per farlo togliamo fondi alla scuola ed alla sanità.
Mi indigna soprattutto il messaggio di diseducazione veicolato dalla politica e dai mass media che vuole che l’altro, chiunque sia, abbia valore solo come possibile sgabello per il mio innalzamento.
Mi piace la parola indignazione e mi piace che giovani spagnoli, greci, israeliani, inglesi, statunitensi, italiani l’abbiano fatta diventare una bandiera sotto cui combattere.
Si,i giovani sono indignati; ma noi che giovani non siamo più perché non riusciamo a sostenere la loro battaglia, perché non c’è una rivolta dei giusti, per evocare un termine caro ai cristiani? Perché? Qual è il tappo che blocca l’esplosione di una rivolta? Perché da noi i giusti sono combattuti come fossero i veri nemici, perché la giustizia viene sbeffeggiata ogni giorno, perché l’arroganza viene venerata? Perché l’ignoranza diventa sapienziale? Cosa ci è successo? Perché il massimo dell’estetica è diventato il lato B delle donne? Cosa abbiamo da perdere che non abbiamo già perso se cerchiamo di cambiare tutto questo?
Fonte: www.progettouomo.net
Realizzato dai gruppi giovanili di Langhirano, Lesignano de Bagni, Neviano degli Arduini e Traversetolo, all’interno del progetto “Dipendiamo da noi”. Il video è stato realizzato utilizzando immagini di altri video esistenti girati in giro per il mondo e rintracciabili su internet. L’idea è stata quella di utilizzare quelle immagini che più di altre hanno emozionato i ragazzi… Un video fatto dai ragazzi per i ragazzi..
In data 31 marzo a Roma ha preso vita il coordinamento Nazionale (INTERCEAR) dei coordinamenti
regionali che operano nel campo dei trattamenti delle Dipendenze.
Alla firma del’atto costitutivo erano presenti i rappresentanti delle regioni di: Piemonte, Lombardia, Emilia
Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia.
Al percorso fondativo del coordinamento hanno partecipato anche le Regioni Liguria e Valle D’Aosta,
inoltre ha già dichiarato la volontà di aderire al coordinamento anche la Regione Calabria e la Sardegna ha
dimostrato il suo interessamento.
A conti fatti 11 Coordinamenti regionali hanno deciso d’istituire questo organismo con l’intento di dialogare
con la Conferenza delle Regioni, per affrontare i temi che riguardano il mondo delle dipendenze.
Scopo del coordinamento è quello di rappresentare, presso la commissione salute della Conferenza delle
Regioni, le istanze del settore dipendenze con particolare attenzione agli interventi residenziali e
semiresidenziali che gli Enti Ausiliari svolgono sul territorio nazionale.
Visto le diverse velocità di sviluppo dei sistemi di cura, di prevenzione e d’informazione sul territorio
Nazionale, questa azione di coordinamento si pone l’obiettivo di costruire quel minimo di garanzie che
hanno a che fare con i livelli di assistenza da implementare su tutto il territorio nazionale.
Ad oggi la crisi economica, che il nostro paese si trova a dover gestire, corre il rischio di ampliare il divario
che esiste tra Nord e Sud, così da impoverire tutto il sistema di contrasto al mondo delle dipendenze.
Con l’approvazione dell’atto costitutivo è stato eletto l’Ufficio di Coordinamento così composto.
Coordinatore Umberto Paioletti (regione Toscana)
tesoriere
Emanuela De Domenico (regione Sicilia)
Vice-coordinatori
Rosario Indice (regione Campania)
Pino Maranzano (regione Piemonte)
Germana Cesarano (regione Lazio)
Ivan Mario Cipressi
(regione Emilia Romagna)
Giovanni Carrino (regione Lombardia)
Da alcuni mesi lo staff di Steadycam sta vivendo una situazione di sofferenza e disagio acuto fino ad oggi mai esplicitata per scelta. Crediamo sia venuto il momento di uscire allo scoperto e socializzare con tutti voi, che siete cresciuti in numero costante e considerevole con il trascorrere di questi dieci anni di attività, lo stato delle cose.