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Storie: Luca

Ciao Lucia, noto con piacere che la mia lettera non è stata cestinata, anche se scomoda e risentita. Innanzi tutto, hai il permesso di pubblicarla, non si sa mai, che possa essere utile a qualcuno!?!

Francamente, non credo, poichè chi si trova a dover fare una scelta del tipo: vado o non vado in comunità, molto spesso è in uno stato confusionale non indifferente, un po’ come fosse l’ultima spiaggia, quindi sentir parlare in questo modo potrebbe creare altro casino sopra quello che è già presente in sovrabbondanza.

Però ugualmente utile, in quanto a parer mio, se uno parte con chissà quali aspettative, poi dovrà aggiungere all’elenco l’ennesima delusione, soltanto, molto più massacrante, poichè credeva appunto nell’ultima spiaggia ciò che si verificherà invece, l’ ennesimo fallimento.

In risposta alla tua lettera, ti dico che, sì, ho conosciuto gente in gamba fra gli operatori di comunità (pochissimi per la verità : due), ma dover lavorare in una struttura così limitante, non da spazio nemmeno a queste perle rare di poter dire la loro, meno che meno di poter cambiare qualcosa. Troppo spesso invece, questi incarichi vengono ricoperti da persone ignoranti e frustrate, che portano quindi all’interno di una situazione già pesante di per se, anche le loro frustrazioni, delusioni e malesseri di vario tipo.

Insomma, si vengono a creare condizioni insopportabili, estremamente lesive per quel po’ di dignità, di amor proprio residuo, sul quale invece si dovrebbe lavorare, recuperando valori atrofizzati da troppo tempo, aumentando l’ autostima, non abbattendo anche quel po’ che è rimasto tra le pieghe di un’ anima in disuso.

Tanto per chiarire, la morale cattolica dice che se hai sbagliato devi pagare, principio sano di per se, ma trasportato in un contesto di quel genere, non fa altro che aumentare il senso di sconfitta abnorme che ogni tossico porta irrimediabilmente con se: SONO UN BASTARDO, NON SO FAR ALTRO CHE FARE DEL MALE ALLE PERSONE CHE MI STANNO VICINE, e vai con i sensi di colpa, la disgregazione psichica e morale, e chi più ne ha più ne metta!

Secondo te, tutto ciò può servire a una persona che fino a ieri era in piazza a farsi le pere? Chi è a contatto con questo problema, sa quanto le sostanze possano coinvolgere profondamente, quanto è deboli nei confronti di queste, quanto sia difficile dire di no, e soprattutto, quanto sia sottile il filo che lega i tossici alla realtà oggettiva, quotidiana.

Quindi, cosa può far pensare che aumentare il carico delle frustrazioni possa essere utile? Intendiamoci, non voglio dire che le comunità dovrebbero creare chissà quali condizioni paradisiache, sarebbe impossibile e forse deleterio, ma almeno cercare di capire con che tipo di persona si ha a che fare, quali sono le sue aspettative nei confronti della vita, distinguere la persona, le capacità di questa, i suoi lati migliori; insomma, da dove può ripartire questo individuo, e sottolineo “individuo”.

Perchè vedi, quando si è in questi posti, si ha la chiara sensazione di essere solo uno dei tanti, le ottantamila lire giornalie re appunto, niente di più. E cosa c’è di più sconfortante e demotivante? Inoltre, da un po’ di tempo a questa parte, le comunità sono diventate anche il ricettacolo di qualsiasi tipo di patologia psichiatrica, quelli che vengono definiti “doppia diagnosi”. Risiedono un po’ nei centri di diagnosi e cura, poi vengono convogliati nelle comunità perchè non ci sono altri posti dove metterli.

Ah, dimenticavo di dire (ma penso lo sappiate) che per questi casi, il Sert sborsa quaranta o cinquantamila in più. Non ho assolutamente niente nei confronti di costoro, anzi penso che ci vorrebbero posti dove possano essere curati, ma perchè non distinguere le cose? Non credo proprio che i loro problemi somiglino ai miei! Invece, sia gli uni che gli altri, devono fare i conti quotidianamente con le stupide regolette “terapeutiche”.

Cara Lucia, quello che passa sotto il termine “terapia” non ha limiti, tenterò di farti capire, anche se è un’ impresa ardua, per non dire disperata.

Quando ero l’ec a ****, ho avuto il dispiacere di conoscere persone che, solo perchè erano stati tossicodipendenti, erano entrati di diritto a far parte della folta schiera degli “operatori”, o peggio, degli “educatori”. Da costoro ho visto di tutto, violente perquisizioni nelle camere, poichè potresti avere qualche sigaretta in più da fumare (in certi momenti farebbero solo bene), divieti di portare o meno un certo capo d’ abbigliamento, caffè (rigorosamente vietato, Dio solo sa il perchè) vuotato dalla finestra davanti a coloro che ne stavano facendo la voglia, divieto d’ ascoltare la musica (hai mai saputo di qualcuno a cui abbia fatto male?), potrebbe evocare chissà quali trascorsi, obbligo tassativo di sveglia alle ore sette per passare poi l’ intera giornata ad intrecciare fili di rame, divieto di usare la doccia più di una volta al giorno (hai un’idea dell’afa estiva nelle campagne, vero?) e solo dopo un determinato orario; per ogni trasgressione ad una di queste ed altre cazzate, vi erano punizioni da scontare.

Io per esempio, su otto mesi e mezzo, ne ho passati sette a lavar piatti in cucina. Tengo a precisare che ho parlato di questi ex tossicodipendenti, ma gli altri, tra i quali due psicologi, non erano da meno.

Pomeriggi interi passati al telefono della comunità a parlar dei propri affari, e potrei continuare l’elenco, ma a che pro, ho già reso l’ idea vero?

Non so Lucia, secondo te, anche se ci fosse stato qualcosa di buono, avrei potuto accorgermene? Le umiliazioni subite, il sistema nervoso in perenne sollecitazione, le frustrazioni che ho masticato durante questo periodo, mi impediscono di trovare gli eventuali lati positivi della situazione. Poi magari, durante la pantomima mattutina, quella che devi subirti dalle sette e mezza alle otto, dove ” udite, udite” vengono dati motivi ed argomenti di riflessione per la giornata, ti si presenta un prete che ti racconta di quanto siano belli i tramonti, o di quanto sia piacevole ascoltare il canto degli uccellini, o altre cazzate, che cazzate non sono, ma vissute in quel modo perdono qualsiasi significato.

Ebbene, io sicuramente non ho verità in tasca come non le ha nessuno, inoltre mi rendo conto dei mille e più motivi che rendono difficoltoso operare in questo ambiente, penso che su questo non ci siano dubbi, ma mi rendo conto anche che non c’è la volontà di cambiare le cose, di sperimentarne di diverse, magari partendo dal presupposto che anche il tossico è (ironicamente: o è stata) una persona, e come tale, diversa da tutte le altre persone.

Tanto per dirne una, perchè non si tenta, magari tenendo conto dei risultati delle varie ricerche sull’ argomento, di andare a vedere quali possono essere le regole utili e quali quelle inutili e frustranti? Perchè non si tenta di coinvolgere il diretto interessato quando si prendono decisioni in merito alla sua vita, invece di barricarsi dentro una stanza a far “lavoro di Equipe”, come si suol dire? E perchè – questo mi sembrerebbe di fondamentale importanza – non si tenta di capire con chi si ha a che fare, per poi poter suddividere le varie tipologie di utenti?

Badate, quest’ultima potrebbe sembrare inopportuna da un punto di vista sociale e comunitario in senso lato, ma proviamo a pensarci un momento!

Quanto potrebbe essere interessante, gratificante e costruttivo, passare un periodo pi’f9 o meno lungo con persone che nutrono interessi simili? Magari con l’ ausilio di qualche mezzo, come potrebbero essere i computer, o una saletta per guardare ottimi film, o un piccolo laboratorio dove si dipinge, si costruisce, si scolpisce, si piantano frutti, e chi più ne ha più ne metta! Di strutture residenziali ne esistono ovunque, sono sparse in tutta Italia, sarebbe proprio così difficile convogliare le persone a seconda delle proprie attitudini, aspirazioni, capacità , potenzialità, interessi, e perchè no, tenendo conto anche dell’indole di ciascuno?

Ho visto gente picchiarsi per le motivazioni più stupide, non pensate che si potrebbe evitare? Vivere ventiquattro ore a stretto contatto con altri non è facile, ma diventa ancora più difficil e quando in comune non si ha proprio niente, anzi, spesso ci sono caratteristiche del tutto insopportabili degli uni rispetto gli altri o viceversa. Questo discorso, non mi sembra voglia escludere nessuno, molto semplicemente, si collocherebbero le persone tenendo conto di ciò che sono; secondo il mio modesto parere, sarebbe anzi un ottimo sistema per non farti sentire un “drogato qualunque”.

Un’altra cosa molto importante, sarebbe non tagliar fuori dal mondo la persona. In comunità si vive una condizione surreale, si passa il tempo ad occuparsi di cose che non hanno il minimo riscontro nella realtà oggettiva del mondo. Per esperienza personale, ti dico che quando rimetti fuori i piedini, l’impatto con il reale, il vero, è pesantissimo da sopportare.

Ti senti indietro rispetto ad ogni cosa, vedi che il mondo non si è fermato, è andato avanti senza di te, e devi riallacciare i contatti, trovare un lavoro decente, un tetto, qualche persona da frequentare che non sia del solito ambiente, insomma devi riprendere da dove hai lasciato parecchi anni prima ed è un casino tale, difficilmente immaginabile per chi non l’ha provato.

Quindi, credimi quando ti dico che non è opportuno tenere le persone così distanti dalla realtà per lungo tempo. Ecco dunque uno dei principali motivi per cui chi esce dalla comunità, quasi automaticamente torna in piazza a farsi, è l’ unica strada che conosce a menadito, la più breve, quella che lenisce il dolore nel minor tempo.

Signori, non so quanto posso esser stato convincente nel mio dilungarmi sui particolari, ma il fatto è che ho vissuto queste cose sulla mia pelle, ed io non so stare in superficie, ho bisogno di andare a fondo nelle cose, quindi, almeno parlare della mia esperienza mi può essere utile, se non altro a buttar fu ori il risentimento covato in questo periodo.

E’ vero Lucia, a volte sono estremamente violento nelle mie affermazioni, e mi scuso con tutti coloro che svolgono con coscienza ed impegno il loro importantissimo lavoro. Ma per ciò che riguarda gli altri, coloro che si sono letteralmente “imboscati” tra i meandri del “sociale”, quelli che come alternativa potrebbero soltanto fare i metalmeccanici (e poi, e poi’85 anche quel lavoro richiede impegno!), per questi mia cara, penso proprio che l’ unico trattamento possibile sia l’ esclusione dal club, bisogna tagliarli fuori, senza tanti come o perchè.

Costoro, a parer mio, gettano il discredito su tutta la categoria degli operatori sociali, ma il casino grosso è che sono tanti, troppi! E’ giusto inoltre, che chi opera n el settore non sia traviato da fedi religiose, ideali politici, pregiudizi o credenze che appartengono all’ immaginario comune, ma mi rendo conto che sto parlando di pura utopia, del mondo ideale, di fantascienza.

Però, non è giusto che chi lavora a stretto contatto con le persone, tenti, velatamente o meno, di imporre le proprie idee, ognuno ha il sacrosanto diritto di mantenere, ed eventualmente alimentare, le proprie.

O.K. Lucia, per il momento penso che possa bastare, non ti capiterà spesso di ricevere quattro pagine di intenso delirio!?!

Comunque, mi fa davvero piacere che abbiate preso in considerazione i miei scritti, che addirittura li abbiate fatti girare per gli uffici, e che – come dici “abbiano scosso le vostre coscienze e il senso di autocritica.

Ti invio questa mia con la posta elettronica, ma se lo ritieni opportuno, puoi pubblicarla o disporne come credi.

Luca

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