Mille dipendenze in Comunità
La tossicodipendenza da sola, come la intendiamo oggi, è una piccola area della dipendenza che ha assunto una dimensione molto più generale, più complicata e con espressioni inattese.
Negli USA e in Canada oggi si muore più per i farmaci che uccidono il dolore (“pain killers”) che per l’eroina.
Una sorprendente ricerca in Scozia mostra che muoiono più persone per tabagismo che per infezione da HIV. E ciò entra in contrasto netto con le pratiche delle CT di dare le sigarette.
Sempre negli USA emergono dati sempre più accurati e preoccupanti delle morti prodotte da metadone che si usa tranquillamente come alternativa all’eroina. Davvero, che senso ha?, ci si domanda. Mettendo a confronto geografico gli stati dove si muore di eroina si nota che corrispondono quasi esattamente a quelli che registrano la morte per i farmaci che combattono il dolore.
Tranquillo e pacato, slide semplici e chiare sullo schermo a documentazione, il dr. Riccardo C. Gatti parla del “Sistema dei servizi e di Welfare” e “Cosa cambierà nei prossimi anni?”. Parlano i dati. Egli li conosce bene, pure dal punto di vista della cura e della riabilitazione, in quanto medico, psicoterapeuta, specializzato in psichiatria e direttore del Dipartimento Dipendenze dell’Asl di Milano.
“Leggere le notizie nuove sul mondo dei farmaci e delle droghe fa riflettere, premette, e più notizie si hanno a disposizione maggiori stimoli arrivano e l’attenzione ai dati cresce”.
Gatti non gira tanto intorno ai problemi, vi entra a gamba tesa. Il Sistema sanitario nazionale così come è ora collasserà e lascerà soltanto i servi per la tutela della salute di base. Semplice il motivo: la perdita dei posti di lavoro, il crollo delle aziende, quindi meno entrate fiscali, lo renderanno insostenibile.
I politici più giovani negli altri paesi del mondo, rispetto a quelli di 30 anni fa, che comunque dominano ancora in Italia, hanno una visione più pragmatica e possibilista: sono stanchi di fare la guerra alla droga, perché essa non ha ottenuto i risultati sperati, anzi la situazione è peggiorata.
Risulta che ogni cittadino medio normale è interessato a qualche dipendenza, che diventa un’abitudine culturale e di costume. Usa tra l’altro farmaci che aumentano le performance come certi film ormai mostrato. Qualcuno comincia a ritenere che la cannabis sia la dipendenza d’uscita da altre droghe. Poi non parliamo di quelle legali come l’alcol che come danni non ha nulla da invidiare rispetto ad altre droghe, eroina compresa.
Non basta dunque limitarsi a un’area ristretta e specifica della dipendenza, quindi basata su una sostanza o sui sintomi, bensì è urgente e necessario non perdere di vista tutti i tipi di dipendenza. Identificare un sintomo e crearvi sopra un servizio, come nelle pratiche attuali, può sì creare lavoro e ricevere finanziamenti ma senza alcun risultato reale e pratico. Anzi v’è la sensazione che le cose peggiorino.
Oggi si finanziano strutture e servizi, anche con l’accreditamento, identificato un sintomo o un bisogno. Ma non è questa la via d’uscita. Dovrebbero invece essere considerati e finanziati programmi di uscita dalla dipendenza totalmente intesa e valutarne gli esiti, migliorando via via i percorsi.
Anche le case farmaceutiche fanno precisi calcoli: coltivare la dipendenza da alcuni prodotti garantisce entrate economiche incalcolabili e per lungo tempo. Non a caso, alcune case diffondono e sostengono finanziariamente pubblicità e bugiardini che mettono in risalto il pericolo per i bambini, che negli Usa è perfino una mania educativa. Come dire: noi avvertiamo le famiglie che ci teniamo alla salute dei bambini, quindi vedete quanto siamo seri e precisi. Se userete questi farmaci da adulti attenti, fate davvero del bene alla vostra salute senza alcun pericolo ai bambini!
Messaggio per tutti: nelle nostre comunità territoriali bisogna raddrizzare le orecchie e ascoltare molto perché, se si combatte una dipendenza, bisogna tenere conto di tutte le altre. E non valgono tanto le strutture e le istituzioni bensì i programmi, cioè i percorsi da fare insieme. La crisi impone una nuova cultura dell’appartenenza comunitaria e dei suoi fini.
Gigetto De Bortoli
[Pubblicato su Progetto Uomo]

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